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Le riforme
Pietro Leopoldo regnò in Toscana dal 1765 al 1790.
Gli storici tendono a distinguere in questi venticinque anni tre periodi:
1. i primi cinque anni in cui Pietro sarebbe stato ancora guidato dal Rosenberg, persona di fiducia di Maria Teresa, e venne a contatto con Pompeo Neri 1
2. gli anni settanta in cui si impose la figura del granduca e la sua politica riformatrice
3. gli anni ottanta, con riferimento più marcato a quanto accade in Europa e un inasprimento della politica ecclesiastica.

Al di là di un tentativo di periodizzazione più o meno condivisibile, occorre però valutare la figura di Pietro Leopoldo nella sua unitarietà e coerenza interna nell’azione riformatrice.
L’azione di governo del Granduca si sviluppò lungo quattro direttrici:
a . politica economica
b. ordinamento dello stato
c. Rapporti con la Chiesa
d. assetto della società, in particolare amministrazione della giustizia 2

I problemi di natura economica riguardarono essenzialmente i primi anni di governo e i provvedimenti assunti in questo settore furono volti ad abolire il vecchio sistema vincolistico e a creare le condizioni per il libero scambio.
La riforma amministrativa dello stato iniziò nel 1772; partita da Volterra venne poi estesa a tutte le altre zone della Toscana, da noi trovò applicazione con l’emanazione del regolamento particolare nel 1777. La riforma radicale in questo senso avrebbe dovuto avvenire con la concessione di una Costituzione, ma il progetto venne bloccato dall’unione tra Austria e Toscana prima (1783) e dai fatti della rivoluzione francese poi (1789).
Il provvedimento più famoso di Pietro Leopoldo rimane il nuovo Codice penale, promulgato il 30 novembre 1786, nel quale veniva abolita la pena di morte e la tortura. In tale occasione vennero bruciati nella cortile del palazzo del Bargello a Firenze tutti gli strumenti con i quali veniva esercitata.
L’azione di governo di Pietro Leopoldo era volta a creare le condizioni per lo sviluppo economico prima di tutto, ma che avrebbe dovuto avere come diretta conseguenza il crescere di una borghesia legata al commercio e all’agricoltura capace di instaurare rapporti sociali più civili.
Questa azione di governo si caratterizzò soprattutto per la radicalità; i suoi provvedimenti modificarono in profondità l’assetto della società toscana, sia dal punto di vista economico che sociale. Occorre però sottolineare che la radicalità dell’azione andò di pari passo con una cauta gradualità e moderazione con cui si procedette all’applicazione di tali riforme.
Pietro Leopoldo sperimentò ogni sua riforma dapprima su parti limitate del territorio, poi, dopo averne verificato gli effetti, su tutta la Toscana. Un esempio su tutti, la riforma dell’ordinamento dello stato; anche in questo caso secondo l’idea di Pietro si doveva procedere in due momenti: il primo avrebbe dovuto portare alla riforma delle amministrazioni locali, successivamente i rappresentanti locali avrebbero dovuto formare una rappresentanza nazionale, trasformando così la monarchia da assoluta in costituzionale. Il progetto rimase incompiuto, tuttavia la riforma delle comunità locali lasciò un segno profondo e indelebile che agevolò il programma di autogoverno di ogni piccola autonomia territoriale.
Se osserviamo le date i cui vennero emanati i singoli provvedimenti validi per ogni comunità riformata, ci rendiamo conto di come questo metodo sperimentale sia stato applicato; la riforma venne applicata prima alla città di Volterra, poi ad Arezzo e solo due anni dopo – maggio 1774 – fu emanato un provvedimento generale valido per tutto il territorio granducale, tuttavia occorsero ben nove anni perché tale sistema venisse esteso definitivamente a tutta la Toscana.
Non dobbiamo pensare che questa eccezionale politica riformatrice non abbia incontrato opposizioni, certo, ricevette molti consensi, ma non mancò chi vi si oppose fermamente. L’aristocrazia fondiaria non poteva offrire consenso a chi proponeva di smantellare definitivamente le velleità di restaurazione di una società aristocratica.
La figura di Pietro Leopoldo ebbe molta “fortuna” in Europa, il mito del”principe filosofo” si diffuse rapidamente, soprattutto in seguito ad una serie di provvedimenti oggi apparentemente di minore importanza ma che colpirono notevolmente la sensibilità degli uomini del tempo in cui visse; ci riferiamo in particolare alla legge sul contenimento del lusso del 10 ottobre 1781, o alla dichiarazione di neutralità perpetua della Toscana (1° agosto 1778), seguita nel 1881 dalla legge sull’abolizione dell’esercito e dalla sua trasformazione in milizia civica.

Note
  1. Pompeo Neri (Firenze 1706 - ivi 1776) Economista fiorentino. Fu giurista e professore di diritto pubblico a Pisa, dove si era laureato nel 1726. Nominato auditore delle reali possessioni dal Granduca Gian Gastone, quando la dinastia dei Medici si estinse, il Richecourt lo elesse segretario delle finanze. Nel 1748 venne chiamato in Lombardia da Maria Teresa in Lombardia, affinché ponesse mano alla compilazione del catasto, operazione fiscale e amministrativa di estrema importanza. Il suo incarico, nonostante forti opposizioni manifestate dai ceti privilegiati, incontrò sempre l’approvazione di Maria Teresa, tanto che divenne consigliere di reggenza delle finanze proprio in Toscana nel 1765, nel momento in cui salì al potere Pietro Leopoldo. Il Neri riprese in mano la politica di riforma economica, soprattutto in merito alla liberalizzazione sul commercio dei grani. Successivamente entrò in contrasto con Pietro Leopoldo e nel 1770 si trasferì a Vienna, dove divenne ministro di Stato.
  2. In tale contesto si colloca anche la soppressione del convento degli Agostiniani a Bagnone nel 1783
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