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Il giurisdizionalismo di Pietro Leopoldo
Impone allo Stato l’autorità di imporre le proprie disposizioni a vescovi e preti considerati alla stregua di tutti gli altri sudditi.

La politica di Pietro Leopoldo fa leva sugli ambienti giansenisti ed è in continuità con le leggi sulla stampa e la manomorta.
Giulio Ruccellai fu l’uomo di punta dell’affermazione dei diritti dello Stato contro la Chiesa: nel 1766 fu tolto il potere dell’ inquisitore e sui libri, dal 1769 al 1777 fu riaffermato l’obbligo rigoroso del Regio Exequator per gli atti di interesse pubblico emanati dalla Chiesa.
Nel 1769 fu perfezionata la legge sulla manomorta entro un più ampio contesto di allivellazione e vendita delle grandi proprietà ecclesiastiche e fu abolito l’asilo ecclesiastico; la giustizia della Chiesa fu ricondotta ad ambiti strettamente religiosi e canonici e tutte le cause furono assegnate alla competenza delle cause civili e criminali, mirando a riformare le funzioni del clero che non si qualificassero come socialmente utili, tramite la chiusura dei conventi. L’intento era quello di esercitare il controllo sulla formazione e predicazione dei preti perché fosse in sintonia con la nuova società civile e lontana dalla cultura controriformistica.

Nel 1786 Pietro Leopoldo pubblica una base in 56 punti per la riforma del clero toscano, nella quale comparivano temi del giansenismo, come la centralità vescovo e dei parroci nell’organizzazione ecclesiastica, contro le usurpazioni della corte di Roma, la necessità di uniformare la cultura dei preti alla dottrina di sant’Agostino, l’ eliminazione delle forme sfarzose di culto, il recupero di una religiosità austera.

Il Sinodo di Pistoia, convocato dal vescovo Scipione de’ Ricci nel 1786, segnò il culmine della rottura tra i vescovi romani e quelli di orientamento giansenista .contemporaneamente fu abolita l’ingerenza giuridica della chiesa nella società toscana con la soppressione della Nunziatura di Firenze ridotta alle solo funzioni di ambasciata.
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