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    Il fiume Magra, una strada d'acqua lungo la via Francigena
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Licciana Nardi - Il fascio viario della Francigena e la sua deviazione dall'asse principale del fiume Magra a quello del torrente Taverone - a cura di Paola Cervia
Dopo che i Longobardi occuparono la Val di Magra i territori bizantini che facevano capo a Luni vennero compresi nel Ducato di Tuscia. Tra questi la valle del Taverone che, con i suoi passi sul crinale appenninico (gli attuali valichi del Lagastrello e dell’Ospedalaccio) ed il castron di Rubra a fondovalle (la cui localizzazione viene identificata con l’altura di Costamala, vicino a Terrarossa), aveva fatto parte integrante del sistema difensivo del Limes bizantino.
La Via Francigena non era una strada nel senso moderno del termine quanto piuttosto un tracciato viario che comprendeva diverse varianti. Oltre al percorso della Cisa vi erano anche altre vie che, risalendo le valli formate dagli affluenti di sinistra del Magra, mettevano in comunicazione la Lunigiana con la Val di Taro e con la valle dell'Enza. Tra queste la più importante fu quella che a partire dal XIII secolo si trova attestata nei documenti come strata Lizane.
Questa strada si staccava dalla Via Francigena all’altezza della confluenza del torrente Taverone nel fiume Magra, percorreva un tratto dell’omonima valle per poi dividersi in due direzioni: una continuava a seguire il torrente Taverone e raggiungeva il passo di Linari, l’altra portava a Comano e da lì al passo di Cento Croci. Entrambi i valichi, attualmente denominati del Lagastrello e dell’Ospedalaccio, collegavano la Lunigiana con territori allora compresi sotto la giurisdizione di Parma. Particolarmente la località di Linari (sulla viabilità per il Lagastrello) è menzionata per la prima volta nel diploma dell’imperatore Ottone II riportato dal Codice Pelavicino e datato 981, con cui si concede la corticella di Linariclum al Vescovo di Luni, insieme con la chiesa di San Giorgio posta in Varianum (Varano). Proprio a Linari è documentata l’esistenza di un monastero benedettino attivo già nella prima metà dell’ XI secolo. Il monastero sorgeva in corrispondenza dell’odierno passo del Lagastrello con funzioni di assistenza ai viaggiatori e di manutenzione delle strade. Dapprima compreso nel Comitato di Luni, divenne in seguito parte dei beni della famiglia estense.
L’intensità del traffico attraverso il valico di Linari è testimoniata dall’importanza assunta proprio dal monastero benedettino di San Bartolomeo che amministrava un ospitale per viandanti proprio in corrispondenza del passo. Difatti la funzione di assistenza ai viaggiatori e di manutenzione delle strade che in età romana era garantita dal potere centrale, in epoca medievale era svolta dai vari ospedali e xenodochi gestiti nella quasi totalità dei casi da ordini monastici. In cambio di questa attività gli istituti religiosi ricevevano dalle autorità temporali benefici e rendite. La strata Lizane non rappresentava solo una variante della Via Romea per i pellegrini, ma costituiva anche un importante itinerario commerciale: vi transitava infatti gran parte del commercio del sale diretto a Nord. L’approvvigionamento del sale ha da sempre costituito una stringente necessità per le popolazioni della Lunigiana, ma solo una piccola parte del traffico di sale che si sviluppò sulle sue vie commerciali era destinata al fabbisogno locale, la maggior parte di esso era infatti diretta verso i mercati della pianura Padana.
Tra questi itinerari, noti come vie salarie, la più importante era appunto la strata Lizane, che attraversava i territori del feudo di Licciana e della podesteria estense di Varano, oltrepassava il valico del Lagastrello (già di Linari), raggiungeva Rigoso, scendeva nel parmense e di lì in Lombardia. Considerata da alcuni già attiva sotto l’Impero Romano, questa strada assunse grande importanza quando divenne l’itinerario privilegiato da Genova, che aveva in Sarzana un avamposto per introdurre la preziosa merce verso la parte centrale della pianura Padana.
Più precisamente il sale veniva portato a Varano e lì scambiato con le molte merci che provenivano dalla Lombardia. Per il trasporto di queste merci fino ad Aulla, nel tratto più a fondo valle, si usava direttamente il corso del Taverone e poi un breve tratto del Magra. L’uso di traghettare le merci indica come anticamente la portata d’acqua di questo torrente fosse maggiore rispetto ad oggi.
Proprio il monopolio del commercio del sale esercitato da Genova in questi territori, insieme con l’intensità del flusso commerciale che percorreva il Taverone, spinsero il governo del Granducato di Toscana ad attuare diversi tentativi di acquistare il feudo di Licciana e la podesteria di Varano, territori già sottoposti al dominio dei marchesi Malaspina che nei secoli conobbero un continuo processo di disgregazione del territorio.
L’intento, come è indicato nella relazione che fece il ministro Landucci al Granduca di Toscana Cosimo III in merito ai benefici derivanti dall’acquisto del feudo di Licciana, era quello di chiudere il traffico di merci lungo quell’itinerario per avvantaggiare la vicina Comunità di Fivizzano, che ricadeva sotto il proprio dominio.
Il documento, privo di data, si trova nell’Archivio delle Riformagioni presso l’Archivio di Stato di Firenze; il brano di cui si offre di seguito la lettura è stato pubblicato da Eugenio Branchi nel 1897.

Perché il Granduca avrebbe tutti i trasporti per la Lombardia in sua disposizione, e porterebbe utilità non ordinaria alla terra di Fivizzano in ordine al commercio, mentre converrebbe a tutta la provincia non sottoposta a S. A. valersi del mercato di Fivizzano per la provvisione di vettovaglie, le quali procedendo dalla Lombardia in quantità e calando a Rigoso, stato di Monsignor Vescovo di Parma, e quindi a Varano, luogo del serenissimo Duca di Modena, si traghettano per detto feudo di Licciana all’Aulla, a dove in cambio ricevono sale genovese asportandolo [esportandolo] i sudditi di Modena nella Lombardia in molta somma; onde, se fosse di dominio di S. A. il feudo di Licciana, resterebbe tutta la contrattazione di detti Sali genovesi, non potendo transitare per detto Stato, e converrebbe ai sudditi di Modena et altri prendere il transito per Fivizzano, e quindi condurre le vettovaglie e merci, mentre non più complirebbe a’ Lombardi il condurli all’Aulla e suo mercato, cessando il comodo di cambiarle in sale; et a S. A. resterebbe l’abilità e il sollievo dei suoi sudditi, poiché in loro mano cadrebbe la negoziazione et tutto il commercio della provincia, e l’Aulla resterebbe nel grado delle strettezze come gli altri feudi di Lunigiana; né per l’incertezza del mare potrebbe l’Aulla far sempre capitale di quel canale della marina per conseguire le necessarie vettovaglie, essendo per lo più di maggior costo di quello s’abbiano dalla Lombardia; oltre di che la strada di terra è sempre certa e continua, e quella di mare all’opposto [...]
[E. BRANCHI, Storia della Lunigiana feudale, Pistoia 1897]

I vari tentativi effettuati dal Granduca di Toscana Cosimo III di entrare in possesso di questi territori non ebbero però esito positivo, così questi commerci continuarono a svolgersi generando contese tra i feudatari della valle fino al secolo XVIII.
Di particolare rilevanza fu quella sorta nell’anno 1717 in occasione della riapertura del deposito (dogana) di sale ad Aulla ad opera del marchese di Podenzana. Questi si obbligò a ricevere il sale da Genova attraverso Sarzana, ne rincarò il prezzo e fece divieto ai suoi sudditi di rifornirsi di sale di diversa provenienza. Anche Licciana, forte dell’accomandigia rinnovata con Firenze, riaprì l’antica dogana ed ottenne di farsi arrivare il sale da Massa in modo da non dipendere da Aulla e da attirare quei sudditi della bassa Lunigiana che in precedenza si rifornivano a Linari senza passare per il suo feudo. Per contro i feudatari di Podenzana e di Bastia, vantando antichi diritti di passaggio in territorio liccianese, convinsero il Duca di Modena a consentire il passaggio di merci attraverso Varano evitando di pagare il transito a quel feudo. La controversia si risolse a favore di Licciana, non prima però che avessero luogo scontri tra gli uomini di Bastia e quelli di Licciana. L’intenso flusso commerciale, che era soggetto a cambiamenti di transito a seconda della situazione politica e delle convenienze economiche, diede origine anche a fenomeni di contrabbando. Per ovviare a questo problema le autorità provvedevano a regolamentare il commercio del sale tramite prescrizioni, ordini e contravvenzioni. Era questo lo spirito che animava anche il decreto del Duca di Modena Francesco IV, di cui si conserva un manifesto a stampa nell’Archivio Storico del Comune di Licciana, tra le carte del periodo in cui il suo territorio era parte del Ducato austro-estense di Modena. Il decreto, emanato in data 13 novembre 1816, costituiva una sorta di sanzione per i territori della provincia della Lunigiana Estense in quanto prevedeva l’abbassamento di un quinto il prezzo del sale in tutto il territorio del regno ma non nelle terre degli ex Feudi della Lunigiana per le quali si prescrive che:

[…] li Sali che provengono dai magazzini dello Stato di Massa per la via di Castelpoggio sono ammessi al transito per gli ex Feudi suddetti, purché nell’entrare nei medesimi tenghino la via retta, che guida a Fosdinovo, o l’altra che porta ad Aulla, e sieno i colli debitamente assicurati, ed accompagnati dalla licenza […] che atteso la località è autorizzato sino a nuova disposizione il Deputato di Finanza in Aulla di rilasciare.
[ACL, Licciana, Comune Estense, b. 24]

Corsi d’acqua come il Magra o il Taverone furono sicuramente una risorsa per i territori contigui, ma stagionalmente potevano anche costituire grossi problemi alla viabilità a causa del loro regime torrentizio. In particolare il territorio di Terrarossa, stretto tra il fiume Magra e i torrenti Taverone e Civiglia, rimaneva isolato per parte dell’anno e subiva continuamente danni ad opera dell’erosione e del continuo deposito di ghiaia. Per provvedere alla riparazione degli argini del fiume Magra e per formare la pianta e il campione di tutti i possidenti dei luoghi soggetti a inondazioni era stata creata nel 1807 una “Deputazione all’imposizione e lavori dei fiumi di Terrarossa”, che agiva in base ai poteri conferiti dal Vicario di Bagnone. La Deputazione cessò nel periodo dell’Impero Francese per tornare ad essere attiva sotto il Governo toscano e poi sotto il Ducato austro-estense.
ASMo, Confini dello Stato, bb. 193 e regg. 16
 
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