Il fiume Magra, una strada d'acqua lungo la via Francigena

"Il fiume Magra, una strada d'acqua lungo la Via Francigena.

Percorsi di conquista e dominio, di pellegrini e di commerci lungo l'asse fluviale"
Mostra didattica tra cartografia e documenti attraverso la specificità dei territori granducali e degli ex feudi malaspiniani a cura di Francesca Guastalli e Monica Armanetti. 

Consulenze

Paola Bianchi, Paola Cervia, Rita Lanza, Dario Manfredi (Archivio Museo dei Malaspina di Mulazzo), Riccardo Boggi (Museo di San Caprasio - Aulla), Anna Pennisi (Biblioteca civica - Carrara)

Collaborazioni

Federica Cavatorta (Comune di Bagnone), Manuela Balestracci (Centro di documentazione e produzione didattica Sorano - Filattiera)

La mostra è strutturata prevalentemente come percorso didattico, documentale e cartografico e mira ad evidenziare l’attualità e l’importanza culturalmente strategica del riordino di molti archivi e della restituzione dei material, attraverso dei percorsi formativi e tematici, immessi in rete sul sito (www.archiwebmassacarrara.com), facente capo al servizio della Rete Provinciale documentaria e delle biblioteche della Provincia di Massa Carrara (Re.Pro.Bi.), di cui Archiweb rappresenta la rete degli archivi storici, ideata, coordinata e gestita dall’Archivio Storico del Comune di Bagnone, al fine di rendere accessibile on line un patrimonio documentario spesso difficilmente consultabile.

La mostra non sale a ritroso, né potrebbe farlo. Si limita agli ultimi secoli di rapporto uomo /fiume, prendendo in analisi il patrimonio documentario presente negli archivi citati, dal XVI al XIX secolo, ma un riferimento all’importanza che questo territorio lunigianese e questo fiume hanno avuto nella storia più lontana non solo è d’obbligo ma essenziale a conferire una dimensione remota alla frequentazione di questi luoghi e a sancire un rapporto tra uomo, territorio e fiume sempre esistito e che sicuramente è destinato nel futuro ad accrescersi di ulteriori significative pagine che potranno essere scritte se l’uomo di Lunigiana saprà abbandonare la via dell’incuria e della non consapevolezza e saprà riappropriarsi di un sano e sacro rapporto con il suo fiume Magra e col proprio territorio: in una parola con la propria identità.

I pannelli della mostra

  1. Presentazione
    • I luoghi
    • Gli strumenti
    • I contenuti
    • Il fiume Magra e la via Francigena
  2. Il Magra e la sua valle. Descrizione storico-geografica
    • La vallata del fiume Magra in Lunigiana
    • Affluenti, ponti e viabilità lungo il fiume Magra
  3. Mulazzo
    • Le arginature del fiume Magra nella seconda metà del '700
  4. Groppoli
    • Le more
  5. Filattiera
  6. Il Consorzio del fiume Magra a Filattiera
  7. Bagnone
  8. Bagnone: una cancelleria fiorentina per i territori dell'area mediana del fiume Magra
  9. Aulla
  10. Aulla in val di Magra: un territorio alla confluenza di tre fiumia. Abbazia di San Caprasio
  11. Licciana - Abbazia di Linari - Varano
  12. Il fascio viario della Francigena e la sua deviazione dall'asse principale del fiume Magra a quello del torrente Taverone
  13. Carrara. Le cave del marmo
  14. Nascita e morte della Ferrovia Marmifera Privata di Carrara (I)
  15. Nascita e morte della Ferrovia Marmifera Privata di Carrara (II)

Immagini


I luoghi della mostra

Titolo Immagine

didascalia foto: ACF, Filattiera Partiti dal 1587 al 1740, s.d. Schizzo relativo a questioni di confine tra Filattiera, Groppoli, Mulazzo, Ponticello e Caprio

Filattiera, Bagnone, Mulazzo-Groppoli, Aulla/Licciana -Varano-Linari, Carrara

La mostra tocca ben precisi contesti territoriali e non tutti gli importanti territori che si affacciano sul fiume Magra.I territori scelti sono infatti coincidenti al riordino di particolari fondi archivistici che a loro volta si riferiscono sia alla loro immissione come inventari sia come percorsi tematici sul sito Archiweb. Tali fondi sono l’ Archivio notarile di Aulla e l’Archivio Domestico dei Malaspina di Mulazzo, l’Archivio della Ferrovia Marmifera di Carrara e gli archivi storici comunali preunitari di Bagnone, Filattiera e Licciana Nardi.

Di questi territori citati si sono individuate specificità inerenti al rapporto uomo e fiume, traendo dai loro archivi i relativi materiali documentari ed iconografici. Particolarmente si è accentrata l’attenzione sul tema del governo politico-amministrativo dei territori, sull’uso e possesso del fiume nei secoli, sull’intrecciarsi sul fiume delle vie del commercio e della fede, lungo il fascio viario della Via Francigena, con tutte le sue molteplici varianti.

Si sono così presentati alcuni territori:

 - Aulla, con la abbazia di San Caprasio importante stazione degli itinerari dei pellegrinaggi medioevali lungo la Via Francigena;

- Licciana-Varano-Linari che compongono un asse viario di collegamento tra l’area di fondovalle attraversata dal Magra e la via del commercio del sale che da Aulla si indirizza, lungo la valle del torrente Taverone, verso i territori parmensi;

- Bagnone è identificato col luogo della direzione politico amministrativa fiorentina dell’area media della Magra, individuata quale importante punto strategico e nel quale operava un ufficio di cancelleria. A testimonianza di tale valore è la presenza lungo il fiume, ancora in epoca granducale, di un territorio come Lusuolo con il suo castello, già baluardo militare, posto a chiusura della valle del Magra nel suo punto più stretto e difendibile; 

- Filattiera, Mulazzo e Groppoli sono territori nei quali si può comprendere la contrapposizione e diversità politico amministrativa tra i feudi malaspiniani e i territori granducali e nei quali è ben esemplificato l’impegno costante delle comunità per il controllo del fiume e le diverse tecniche messe in atto per la regimazione delle acque.

Abbiamo inoltre seguito il corso del fiume Magra che si getta in mare intercettando un’altra linea strategica e originalissima dei commerci di questa parte di Toscana, che interessa la montagna apuana fino al mare: la via del marmo, dalle cave appunto al mare, per via di terra e con la costruzione della strada ferrata confluente in quell’area della pianura costiera, detta lunense che dalla foce del Magra giunge a Carrara (attraverso la documentazione dell’Archivio della Ferrovia Marmifera, fondo già ordinato e conservato presso la biblioteca civica di Carrara e presente in Archiweb).


Gli strumenti della mostra

L’utilizzo in particolare della cartografia antica propone una selezione intenzionale delle immagini a seconda delle finalità della committenza e dei destinatari. I repertori di riferimento sono costituiti tanto da cartografia ufficiale che privata; la prima, conservata presso gli archivi storici, è prodotta per esigenze politico-economiche e commissionata a scienziati, architetti, agrimensori al servizio di uffici centrali e periferici dello stato, di principi e di comunità, per avere la documentazione di un dominio e disegnare piani di controllo del territorio (come nel caso delle mappe di confine) o particolari aspetti del popolamento, come nel caso delle mappe che documentano l'estensione e la qualità delle colture, le tipologie dei borghi, la presenza di chiese, mulini, castelli che, disegnati nelle loro diverse specificità, potevano fornire indicazioni preziose sulla tipologia e qualità delle opere difensive, oltre che sulla topografia e disposizione strategica. 

Le fonti iconografiche utilizzate rivelano la loro ricchezza quanto più sono messe in relazione alle finalità e alle vicende storiche che hanno interessato l'ambito territoriale che le ha prodotte. Questo intento permette di ricostruire e rivelare in controluce le più ampie tematiche che investono il territorio inteso come bene culturale, ricco dei segni della presenza umana e dunque testimonianza anche figurativa della storia dei popoli e dei gruppi sociali che a vario titolo hanno utilizzato le risorse dell'ambiente (territorio e fiumi), modificandone e organizzandone il disegno.

In particolare i territori lunigianesi tra il 1500 e il 1600, età di particolare proliferazione di una cartografia tematica del territorio, si sviluppano in rappresentazioni di piccola scala o addirittura schizzi prospettici o a volo d'uccello, talvolta semplici raffigurazioni eseguite per meglio illustrare le situazioni descritte attraverso i carteggi. Si passa poi progressivamente tra il secolo XVII e il XVIII ad una cartografia pittorica e poi ad una geometrica, con l'introduzione della triangolazione e della trigonometria.

L’uso degli archivi e dei tesori documentari ivi custoditi vuole far comprendere lo sviluppo diacronico della storia del territorio ma ancor più mira ad individuare i fili rossi ed indissolubili che legano, ieri come oggi, l’uomo al territorio, alle sue risorse (e tra esse il fiume Magra), e pone l’attenzione sulla necessità della sua salvaguardia e della sua conservazione quale bene irriproducibile da consegnare alle generazioni che verranno e che, per ben utilizzarlo, devono poter conoscere e comprendere la fatica degli avi e quanto questo bene sia stato centrale nella loro vita.


I contenuti della mostra

Una lunga storia dell'uomo e del fiume La storiografia locale (in particolare i lavori del Branchi e dello Sforza) riporta indirettamente notizie di alluvioni, controversie per il possesso del letto del fiume Magra e per le arginature.

Gli statuti delle comunità parlano di diritti di pascolo, legnatico, prelievo di pietre e sabbia e pongono divieti di pesca, per salvaguardare la privativa dei feudatari. Gli archivi storici pubblici e privati contengono fascicoli plurisecolari di controversie di confine e per la proprietà delle aree golenali, fertili e coltivate del fiume e dei suoi vetriciai.

Una fonte archivistica genovese (Archivio di Stato di Genova, fondo Brignole Sale) del ‘600 relativa al territorio di Groppoli, testimonia comunque quanto il fiume fosse, contro ogni consuetudine statuita e sancita dal diritto comune, una fonte professionale di reddito per una categoria di pescatori che sul fiume Magra potevano liberamente pescare senza proibizione e con molta utilità trote, lamprede ed anguille in gran quantità.

Il fiume Magra non narra solo una storia naturale ma testimonia un rapporto vitale e fondamentale tra i popoli posti lungo il suo percorso che su esso, per esso e tramite esso, si scontrano e si incontrano per un collegamento e una relazione che si concretizzano tanto nella costruzione di un ponte quanto nell’individuazione di un guado.

Il fiume stesso dunque è ponte tra le comunità, incontro tra le strade naturali ed umane, queste ultime dettate dalle necessità della vita e dalle logiche di dominio politico di un territorio, quelle naturali gestite da leggi più ferree, da cause imponderabili e non governabili da parte dell’uomo, ma tutte insieme generanti conseguenze ed azioni le cui tracce giungono ancora oggi sotto i nostri occhi se indossiamo occhiali adatti alla loro lettura.

Due esigenze spesso contrastanti caratterizzano l’approccio al fiume: quella della natura e quella dell’uomo, segnate la prima dai tentativi umani di forzatura e la seconda dalla ribellione del fiume stesso che distrugge argini, ripari ed ostacoli.

Il viaggio attraverso i documenti di numerosi archivi storici e privati, riordinati con lungo e paziente lavoro, ci permette di raccogliere molteplici testimonianze di questa lunga e secolare lotta tra il “Dio Fiume” (il Magra) e l’uomo di Lunigiana, restituendoci l’orgoglio di una appartenenza al territorio e al suo fiume. 


Antonio da Faje, cronista lunigianese, vissuto nel XV sec., nella prima cronaca scritta di Lunigiana racconta: “Ano fatto fare una mora in su la giara de Magra preso ala boca del Bagnone , per volere fare uno ponte che pasa Magra. Dio gene dia grazia buona. Del mexe de settembre (1450) vene uno grosso diluvio e scantonala uno poco” e come a novembre dello stesso anno i fiumi trasbordassero tanto che crollarono i ponti di Aulla e si aprì, non crollando quello di Villafranca, mentre molti altri di legno e pietra andarono distrutti.

Bernardino Campi ci ricorda le piene a Pontremoli, come quella del 1493, quando “…crebbero i fiumi a tal segno che giunsero a tanta altezza che restarono atterrati i ponti, i molini e le case vicine a detti fiumi“o le inondazioni del Magra e degli affluenti rovinose che si ripeterono nel pontremolese nel 1513, nel 1618, nel 1662. I consoli della comunità di Terrarossa lamentano di essere circondati dall’acqua di tre fiumi Taverone, Civiglia e dalle inondazioni della Magra. Ancora a metà del ‘700 il Taverone ruppe gli argini, devastando il piano del mercato di sopra o ragnaia ed il marchese, unitamente all’abbazia e ai proprietari, si accinse a bonificare i campi sconvolti e costruire ripari per rimettere il fiume entro gli antichi suoi alvei. Ancora nel 1815 ciò si ripeté e Targioni Tozzetti a metà Ottocento testimonia nella Relazione di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana: per osservare le produzioni naturali e gli antichi monumenti di essa che “…Per barca pure si passa la Magra dirimpetto all’Aulla, a Caprigliola e a Sazana, non avendo ponti da Pontremoli in giù vedendone solamente i vestigi d’uno antichissimo con cinque archi che da Caprigliola comunicava col piano d’Albiano, e che di solito, l’antica tradizione vuole fosse fabbricato dalla contessa Matilda.La Magra, benché ingrandita da tanti affluenti e ridotta a camminare per piano, nientedimeno non è navigabile, sennonché un miglio in circa presso al suo sbocco al mare, e ciò diviene per le frequenti scogliere che attraversano il suo letto, scavato quasi tutto per sassose pendici di Monti”.

L’impossibilità di governare il deflusso delle acque e gli alti costi sono la causa della quasi totale mancanza di ponti di collegamento e della presenza di molti punti per i servizi di traghetti e barche (il Museo Etnografico di Villafranca in Lunigiana conserva una lapide settecentesca relativa al traghetto sull’Aulella e manifesti con le tariffe per il traghetto Villafranca-Mulazzo, differenziate a seconda delle condizioni del fiume e del relativo rischio).


Il fiume Magra e la via Francigena

L’importanza del fiume Magra è data dall’essere stato da sempre un tutt’uno con un’importante storica direttrice viaria di collegamento tra il nord Europa e il sud Italia: la Via Francigena.

Così illustra lo Zuccagni Orlandini, nel suo Ottocentesco Atlante geografico, fisico e storico del Granducato di Toscana di Attilio Zuccagni Orlandini segretario delle corrispondenze della Accademia economico-agraria dei georgofili di Firenze“Per Val di Magra passarono in remoti tempi le più comode vie dalla riva del Po al Mar Toscano, oltre l’Emilia o del Litorale.Vi furono poi tenute aperte quelle di Monte Bardone, la Francesca (Francigena) la Lombarda e varie altre per le quali passarono numerosi eserciti, diversi Re, Imperatori e pontefici. Ma sul cominciare del secolo XVII perdè la Lunigiana anche questo vantaggio che le restava ed era ormai ridotta la più infelice tra le toscane province, perché priva del tutto di vie rotabili”.

Lungo il fiume si attesta il dominio fiorentino in Lunigiana a partire dalla seconda metà del Quattrocento, tramite il possesso di territori nevralgici per il controllo militare della valle e attraverso una organizzazione politica ed amministrativa attenta al mantenimento della presenza fiorentina e al controllo delle comunità sottoposte in aperta contrapposizione spesso con i territori dei feudi malaspiniani.Lungo il fiume si sviluppano vie di commercio che mettono in relazione la Lunigiana con il Parmense, l’Emilia e l’area lombarda lungo i cosiddetti percorsi del sale che, dal Magra in Aulla si dipartono lungo il Taverone, salgono al passo del Lagastrello attraverso la Via di Linari, lungo un asse frequentato ed importante per tali commerci già in epoca medioevale e conteso dalle maggiori potenze nei secoli successivi.

Questa storia di dominio e di commerci che caratterizza la direttrice della via Francigena, acquista particolare importanza in epoca medioevale. 

La Via Francigena, o Via Romea, che collegava l'Europa nord-occidentale a Roma nel sistema viario medievale, riveste infatti un ruolo fondamentale, sviluppando un preferenziale rapporto con il fiume Magra e i suoi territori, attraverso una molteplicità di fasci viari paralleli che si intersecano nelle valli dei torrenti confluenti e che si innestano su quelli principali di fondovalle più direttamente coinvolti dalle vicende naturali di questo fiume.

Nel tratto in terra di Lunigiana questa viabilità scendeva dal passo della Cisa, passava per Pontremoli, seguiva il corso del Magra, si portava a Luni e da lì raggiungeva Lucca.Il percorso seguito nel tratto tra Fornovo e Luni attraverso il Passo della Cisa non nasce però in età medievale ma utilizza l’asse viario di età romana che collegava i due castra di Parma e Lucca, fondati con funzione di capisaldi della lotta contro i Liguri. Ciò che di nuovo caratterizza questo itinerario nel Medioevo è la funzione di principale collegamento tra il nord e il sud d’Italia, funzione rivestita in età romana dal sistema Via Emilia - Via Flaminia.

L’accresciuta importanza di questo itinerario ha due motivi. Il primo è costituito dal declino del principale asse viario romano, dovuto allo spostamento della capitale da Milano a Ravenna e alla ridotta manutenzione delle strade, fenomeno che indusse a privilegiare laddove possibile i collegamenti fluviali. 

Il secondo motivo è legato alla presenza dei Longobardi che determinò la divisione della penisola italiana in due blocchi e, laddove essi esercitarono il potere, la fine di un sistema amministrativo che presiedeva all’organizzazione del cursus publicus, cioè di quel complesso di luoghi di sosta e di assistenza denominati mansiones e mutationes, conservatosi fino all’età tardo antica. I Longobardi inoltre resero Lucca la loro principale meta a sud degli Appennini. Questo centro era infatti il più importante del Ducato di Tuscia e costituiva anche un snodo viario strategico: da lì partivano dei tracciati diretti a sud che passavano internamente lungo la Valle dell’Elsa per evitare di avvicinare i territori ancora in mano ai Bizantini.


La vallata del fiume Magra in Lunigiana

Titolo Immagine

Didascalia foto: Attilio Zuccagni Orlandini, Atlante geografico, fisico e storico del Granducato di Toscana di Attilio Zuccagni Orlandini segretario delle corrispondenze della Accademia economico-agraria dei georgofili di Firenze. - [s.l.] 

 Descrizione tratta da G. Targioni Tozzetti 

Quella superficie del suolo della Toscana, che tributa le sue acque al mare per mezzo del fiume Magra, fu chiamata comunemente Lunigiana, perché parecchi secoli fa era territorio, o contado di Luni città etrusca antichissima, e dipoi colonia romana e successivamente fu Diocesi dei suoi Vescovi. […]

Ippolito Landinelli (Trattati Lucesi cap.2) dice che la Magra ha il suo principio in un fonte di tre gran bocche che fuoriescono da certi spaventosi scogli detti “magresi”, su nell’Appennino, verso tramontana, detto Montelungo. Del Fonte della Magra cantò Fazio degli Uberti (dirett. Libro 3 canto 6).

“Io vidi uscir la Magra dalle fasce

del giogo d’Appennin ruvido e turbo

che dell’acque di lui par che si pasce”

Descrizione tratta da A. Zuccagni Orlandini

La Lunigiana è una valle formata in gran parte da una gran appendice dell’Appennino, che va a sprofondare la sua lata base nel vicino mare.Irte cime la circoscrivono; monti più depressi e poggi e colline ne ingombrano il centro; quindi essa comparisce tutta montuosa ed alpestre, ma le molte terre e i frequenti villaggi sparsi in copia, specialmente presso le rive dei principali fiumi, ne rendono ridente l’aspetto: e la doppia prospettiva degli Appennini e del Tirreno, che discopresi a un tempo delle cime dei poggi più centrali e più elevati, colpisce l’osservatore di grandissima meraviglia.Dalle Alpi Ligustiche distaccasi a ponente l’elevatissimo monte Gottero. Il suo braccio montuoso che volgesi a mezzo interpone le cime di monte Rotondo e del Corneviglio tra la Magra e la Vara, inoltrandosi fino alla loro confluenza; la diramazione di tramontana va riunendosi al monte Molinatico, deprimendosi poi fino all’avvallamento della Cisa [già Via di Monte Bardone e poi Via Francigena]. In faccia al Gottero, nell’opposto lato orientale della valle al di sopra della Cisa, elevasi il monte Orsajo. Anche le sue ertissime cime spartonsi in due diramazioni: una è volta a levante e forma continuazione della gran giogaia che divide in mezzo l’Italia; l’altra prolungasi fino alla spiaggia marittima col dirupato dorso semicircolare delle Alpe di Camporaghena, di Mommio, del Pizzo d’Uccello, poi colle più basse cime dei Poggi di Carrara e Massa.L’area racchiusa tra le predette montagne è tutta quanta ingombrata da elevazioni montuose, intersecate da profondi avvallamenti, formanti l’alveo a impetuosi fossi e torrenti le ripe dei quali hanno ben poco pianeggiato, essendo molto dirupate anch’esse. La stessa spiaggia marittima è resa angusta dalle colline.Nelle pendici orientali del monte Orsajo ha la sua origine la Magra. La quale, nata appena, si getta con fragore da balze dirupatissime, scorrendo poi per un alveo profondamente affossato; e allorché sbocca nel fondo centrale della valle, lo trascorre minacciosa, spesso ingombrando con vasti depositi or l’una or l’altra delle due anguste ripe; poiché non è frenata da regolari arginazioni, ma solamente da qualche riparo isolato e locale, e perciò facilmente rovesciato e inghiottito dai vortici della corrente.[…] Dalla sorgente alla foce percorre un alveo non più lungo di miglia 36.


Bibliografia
Attilio Zuccagni Orlandini, Atlante geografico, fisico e storico del Granducato di Toscana di Attilio Zuccagni Orlandini segretario delle corrispondenze della Accademia economico-agraria dei georgofili di Firenze. - [S.l.] : Federazione casse di risparmio della Toscana, stampa 1974
Giovanni Targioni Tozzetti, Relazione di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana: per osservare le produzioni naturali e gli antichi monumenti di essa, Bologna Forni, 1971


Affluenti, ponti e viabilità lungo il fiume Magra

Affluenti e ponti 
Descrizione tratta da G. Targioni TozzettiDa Pracchiola verso Pontremoli discende poi la Magra il suo corso verso occidente fino a Mignegno, dove riceve il torrente Macriola o Magriola, sopra il quale vi è un ponte per unione della strada che conduce nel Parmigiano.

A Pontremoli riceve a destra il fiume Verde che discende da Guinadi e il fiume Verdena che scende dalle montagne di Brato ed il fiume Betigna che proviene dalle montagne della valle di Zeri.

Poco più sotto la Magra si congiunge con il fiume Gordana, pure proveniente dalle valli di Zeri e con i due opposti torrenti il Caprio e la Teglia, l’uno in terra di Filattiera, l’altro in quella di Mulazzo. Uscita che è la Magra dal pontremolese così ingrossata, tira avanti il suo corso da NOW a SE fino all’Aulla, ricevendo da mano destra i fiumi o torrenti Mangiola, Ciriola, Conosiglia, Osca, Pennello ed Isolana, e da mano sinistra la Monia, il Bagnone e il Tavarone.

Sotto l’Aulla muta direzione, piegando verso mezzogiorno, e va a scaricarsi in mare dietro a Capo Corvo, accresciuta a destra dai fiumi Sorbola e Vara ed a sinistra Aulella i maggiori dei suoi affluenti sono l’Aulella e la Vara che ordinariamente si passano in barca, avendo atterrati i ponti che prima avevano.

Per barca pure si passa la Magra dirimpetto all’Aulla, a Caprigliola e a Sazana, non avendo ponti da Pontremoli in giù vedendone solamente i vestigi d’uno antichissimo con cinque archi che da Caprigliola comunicava col piano d’Albiano e che di solito, l’antica tradizione vuole fosse fabbricato dalla contessa Matilda.

La Magra, benché ingrandita da tanti affluenti e ridotta a camminare per piano, nientedimeno non è navigabile, sennonché un miglio in circa presso al suo sbocco al mare, e ciò diviene per le frequenti scogliere che attraversano il suo letto, scavato quasi tutto per sassose pendici di monti.

LA VIABILITA' LUNGO IL FIUME MAGRA

Descrizione tratta da A. Zuccagni Orlandini

Per Val di Magra passarono in remoti tempi le più comode vie dalla riva del Po al Mar Toscano, oltre l’Emilia o del Litorale. Vi furono poi tenute aperte quelle di Monte Bardone, la Francesca [Francigena], la Lombarda e varie altre per le quali passarono numerosi eserciti, diversi Re, imperatori e pontefici. Ma sul cominciare del secolo XVII perdè la Lunigiana anche questo vantaggio che le restava ed era ormai ridotta la più infelice tra le toscane province, perché priva del tutto di vie rotabili.

Bibliografia

Attilio Zuccagni Orlandini, Atlante geografico, fisico e storico del Granducato di Toscana di Attilio Zuccagni Orlandini segretario delle corrispondenze della Accademia economico-agraria dei georgofili di Firenze. - [S.l.] : Federazione casse di risparmio della Toscana, stampa 1974

Giovanni Targioni Tozzetti, Relazione di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana: per osservare le produzioni naturali e gli antichi monumenti di essa, Bologna Forni, 1971


Mulazzo

Mulazzo in Val di Magra 
Castello che diede il titolo ad un antico feudo dei Marchesi Malaspina, dov’è una chiesa arcipretura (S. Pietro). È capoluogo di Comunità nella giurisdizione di Tresana, governo di Aulla e Fosdinovo, Diocesi di Massa Ducale, già di Luni-Sarzana, Ducato di Modena.Risiede sopra un poggio diramatosi verso grecale dal monte Corneviglio, lungo il torrente Mangiola che scende sul lato destro della Magra. […] Trovasi questo castello fra il gr. 27° 33’ long. e il gr. 44° 19’ latit., circa 6 miglia a ostro di Pontremoli; 2 miglia a maestro di Groppoli, 3 a libeccio di Filattiera, e 2 miglia a ponente di Bagnone. […]Il feudo, ora Comunità di Mulazzo, apparteneva ai Marchesi Malaspina fin dal secolo XII; essendo che Mulazzo è rammentato tra i castelli dipendenti da questi dinasti nel lodo del 1202, pronunciato in Sarzana, tra Gualfredo vescovo di Luni da una parte, e i marchesi Corrado l’Antico, Guglielmo e Alberto figli che furono del grande Obizzone; sia perché lo stesso Corrado Seniore nella divisione de’ feudi fatta nel 1221 fra esso e i nipoti suoi, a lui medesimo toccò Mulazzo e gli altri paesi posti alla destra del Magra. […]Dopo essere stato occupato con le armi dai francesi, Mulazzo è unito alla Repubblica Cisalpina, poi al Regno d’Italia, finché col trattato di Vienna, dal 1814 esso fu con gli altri ex feudi di Lunigiana incorporato negli Stati Estensi e alla Sovranità del Duca di Modena.

La Comunità di Mulazzo Il territorio comunitativo dell’ex feudo di Mulazzo non è misurato. Esso confina ed è circondato da tutti i lati dai paesi spettanti al Granducato di Toscana, poiché dalla parte di settentrione e maestro la comunità di Mulazzo ha di fronte il territorio di Pontremoli mediante il torrente Teglia, rimontando questo corso d’acqua dal suo sbocco in Magra sino dove entra in esso dai monti superiori il torrente Moretto, il quale ultimo piegando da maestro, a ponente di fronte alla Comunità di Zeri sale il monte Corneviglio, sulla cui cima trova la Comunità Granducale di Calice e Veppo, con la quale si accompagna verso libeccio, sino al punto dove si toccano i due territori con quello di Groppoli. Lungo quest’ultimo l’altro di Mulazzo fronteggia dalla parte di ostro e di scirocco per termini artificiali sino a che arriva sul torrente Mangiola col quale poco dopo arriva al Magra. Finalmente dalla parte di levante, lo stesso fiume Magra per il corso di circa un miglio e mezzo divide il territorio di Mulazzo da Filattiera spettante pur esso al Granducato.

Bibliografia

E. REPETTI, Dizionario geografico fisico storico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana - Firenze presso l'autore e editore coi tipi di A. Tofani, 1833-1846.
 

Archivio Domestico dei Malaspina di Mulazzo

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Il nuovo ordinamento dell'archivio domestico dei Malaspina di Mulazzo

Mulazzo - Le arginature del fiume Magra nella seconda metà del Settecento - a cura di Francesca Guastalli

Progetti e disposizioni di Azzo Giacinto III Malaspina, marchese di Mulazzo

Il fiume Magra nel suo storico rapporto con la vita degli abitanti della Lunigiana può essere considerato da diversi punti di vista, come :

  1.  una risorsa della comunità
  2. un danno per la proprietà e nel contempo un produttore di ricchezza per gli orti ricavati sui depositi delle piene
  3. un problema politico 

È la Magra infatti che segna il confine tra i feudi e il dominio Granducale: quasi sempre il confine è fissato nel ramo più grosso dell’acqua; periodicamente il corso del “ramo più grosso” si sposta e può accadere che, dopo una piena, il confine muti in danno di una comunità e a vantaggio di quella prospiciente finendo che i terreni di una comunità si possano alfine trovare di là del nuovo ramo più grosso del fiume che si era creato.Alla fine del settecento le comunità di Filattiera, Mulazzo e Groppoli sono impegnate in opere di arginatura e a fianco delle comunità si trovano tre realtà politiche diverse:

  1. Firenze Granducale a Filattiera,
  2. i nobili e ricchi patrizi genovese Brignole Sale a Groppoli 
  3. il marchesato dei Malaspina di Mulazzo dotato di pochi mezzi economici, rappresentato da Azzo Giacinto III Malaspina, il marchese giacobino, autore di un illuminato progetto di legge relativo alle Fabbriche sul fiume Magra e ad un Sistema per fabbricare al Fiume Magra appoggiato ad un reddito permanente e modo di assicurare tale reddito.

A Groppoli i Brignole Sale per tre secoli investirono ingenti capitali in difesa dei prati della Magra e per ridurre a coltura nuove aree da destinare a nuovi poderi, della cui organizzazione e arginazione è testimonianza lo studio dei luoghi del cartografo architetto Matteo Vinzoni il quale, analizzando i danni della piena del 1757, aveva sottolineato il rapporto tra i disboscamenti sui monti ai fini di metterli a coltura e le piene a valle, ad esempio del torrente Mangiola affluente del Magra le cui piene anticipavano quelle del fiume stesso.Così scrive il Vinzoni: “quando la Mangiola con il trasporto delle sue grosse ghiare e sassi obbligherà la Magra col suo corso ad oltrepassare il molo de Groppoli col n. 17 allora si possono adoperare li ripari de cavaletti ne siti opportuni acciò venendo dalle piene coll’inondazione ricevino solamente la torbida, che mancando le acque questa venga depositata. Allora al di sotto del prato della Mangiola e fino al molo suddetto bisognerà farci la piantata di molteplici pioppi, agnodani, vetrici, salici e simili e farvi stare sempre con più che ordinaria vigilanza et assistenza per essere mantenuti sempre a dovere, mentre quelli ridotti a folto bosco, e ben radicato, sarà il più valevole ostacolo al Fiume e riparo all’ulteriore danno de prati”.

Il magistrato della Comunità, relativamente alla piena del fiume dell’anno 1757, sottolineava che gestire il letto del Magra non era cosa da poco atteso che questo Fiume …”correndo in ghiare di larghezza soprabbondante difficilmente può mantenere la rettitudine, perché spingendo sregolatamente le ghiare, le ammassa, e le lascia al cessare delle piene in mezzo del proprio letto, ond’è che facendosi rialzi scalzano questi la corrente a voltarsi a quel lato, ove trovando materia poco resistente in tempo d’acqua bassa, si sprofonda un nuovo alveo e fa come una chiamata alla piena sopravveniente”.

Pietro Leopoldo in visita in Lunigiana nell’anno 1786 osserva nella sua relazione di viaggio che “lungo la Magra, avanti e dopo Filattiera fino al fiume Caprio vi sono tra la Magra e i poggi le cosiddette ghiare. Il fiume Magra porta via il terreno dalle ripe del Feudo di Mulazzo deponendole verso Filattiera: in questa maniera ha fatto acquisti considerabili quella comunità che allivella a piccole porzioni e ne tira il suo canone, depositando il fiume prima sassi grossi, poi sabbione e poi terra ottima, come si vede nelle coltivazioni che vi sono a grano, viti e formentone e a prati, dove si sega il fieno tre volte atteso il comodo che vi è a poterli irrigare. Questi terreni che si difendono dalle ulteriori inondazioni della Magra con dei sassi murati che si chiamano more, larghe un braccio e mezzo e alte due in tre: son murate a calcina, che in quei luoghi, atteso il comodo del fosso, son di poca spesa. Questi Muri si facevano dalla comunità di Filattiera finché era comunità da sé, coll’opera gratuita degli abitanti, facendone un pezzo per ogni anno e con poca spesa e servivano di riparo al fiume e, benché bassi, si ottiene l’effetto che quando il fiume è grosso non vi può portare nè sassi nè rena ma gli sormonta e vi porta la terra con l’acqua torba. La continuazione, restaurazione e terminazione di questi argini è di somma importanza per mantenere quei terreni e la pianura di Filattiera. Vi va mandato subito un ingegnere .per visitare il luogo e proporre i lavori da farvisi per assicurare il piano di Filattiera e rifare le cosiddette more dove sono mancanti. Per avanzare i lavori prima dell’inverno, tanto più che il Marchese di Mulazzo (leggesi Azzo Giacinto III Malaspina) ha fatto dei lavori che voltano tutta la corrente del fiume verso Filattiera”.

Ecco dunque i lavori di arginatura che preoccupavano il Granduca e che nel 1779 Azzo Giacinto III Malaspina aveva voluto realizzare sul proprio territorio, affinché il permesso di uso e dominio dello stesso agli uomini del Comune accordato dai marchesi suoi predecessori, acquisisse un carattere di pieno dominio dei comunisti sulle ghiare del fiume Magra, attraverso i ripari che ivi si dovevano realizzare per salvarle dalle inondazioni.Azzo Giacinto III dà una precisa indicazione di come questi lavori dovessero essere condotti, come le more dovessero essere costruite e dove, ma anche come ricavare risorse da impegnare in quest’opera gravosa per una comunità non molto abbiente alla quale Azzo Giacinto III guardava paternamente come sovrano illuminato, attento alla applicazione giusta della legge ma soprattutto teso a garantire la tranquillità e il benessere del suo popolo attraverso la produzione di un vero e proprio corpus giuridico al quale le seguenti leggi sul fiume appartenevano.E la legge sul fiume, dopo l’iter di confronto con i consoli della comunità, è approvata nell’ottobre del 1779 e contiene tutte le indicazioni necessarie per conciliare il privato vantaggio con la giustizia e il bene pubblico.

Dice dunque Azzo Giacinto III: ”Mio sentimento sarebbe senza imitare l’ardire degli acuti ripari dei nostri frontisti cercassimo opporvisi in linea al più dolce ma tale che al punto della prima mora di Migliarina che col traguardo si vedrà ferire la punta inferiore dell’alveo del canale detto della Carrara sia ricevuta nel mezzo della mora, vogliamo fare non già un angolo retto ma superiormente con un angolo di 60 gradi e conseguentemente l’angolo inferiore sarà di 120 gradi ciò che dicasi della prima mora deve replicarsi alla seconda alla terza e alla quarta tanto rispetto a Migliarina che a noi credo che un angolo tale abbia forza bastante per volgere il corso del canale delle acque senza ricevere l’urto col angolo retto il più pericoloso di tutti i torrenti che portano smisurata piena come il nostro.

Finalmente il modo di fabbricare nell’alveo sarebbe secondo il mio parere a dadi di 10 braccia in quadro sopra terre dandogliene per altro al fondamento almeno 11 per ogni facciata simili more ben difficilmente possono essere scalzate e scalzate ancor difficilmente rovesceranno per l’estensione della loro base.Il 2° oggetto egualmente importante per la buona riuscita dell’intento è assicurare un sufficiente sicuro assegno onde supplire alle gravi spese che occorrono col minore possibile aggravio delle persone e dei beni di questo comune”.

Azzo Giacinto III indica la necessità di realizzare un reddito di 300 scudi da impiegarsi nelle maestranze e per comperare il materiale appoggiato in parte al reddito della comunità che ne acquista il dominio ed in parte ai comunisti che equilibratamente investiti di questi terreni sottratti al fiume avranno in futuro un non meno indifferente aumento di benefici.

Ecco i nuovi capitoli del 5 gennaio del 1780:

  1.  Si doveva mettere dunque a coltivazione il Pian Turcano, investendo i 300 scudi per comperare legna; si dovevano impiegare diversamente le rendite annuali dell’Ospedale di Sant’Antonio di Mulazzo, pari a metà della cifra, diminuendo la distribuzione del pane di Sant’Antonio ad uno per famiglia, mantenendone comunque la tradizione sentita dal popolo come protettiva.
  2. L’altra metà del fabbisogno veniva tratta dall’applicazione di una nuova legge sull’estimo del 30 agosto 1779, correttiva dello stesso, rifondatrice dei municipi ed ordinamenti e prevedente un pubblico annuo rendiconto delle entrate e spese di ciascun comune.
  3. Con questa legge il territorio era diviso fra comunisti e frontisti e tutte le parti individuate e concesse ai frontisti erano date a livello perpetuo mediante la corresponsione alla comunità di un onere bassissimo di 4 o 5 lire di Parma atto a garantire comunque una entrata certa per la comunità, da destinarsi alla manutenzione delle more.
  4. La comunità per aderire al progetto della nuova costruzione delle more e partecipare alla divisione dei terreni conseguenti doveva presentare istanza e le famiglie ammesse venivano esonerate da comandate generali o decime attraverso l’annuo esborso di 12 lire di Parma, aumentate a 18 per le persone suddite ma residenti fuori dallo Stato.
  5. Prima della divisione delle terre acquistate dal Canale della Carrara alle more della Giarretta e da queste fino al confluente della Mangiola, dovevano essere isolate con masere di sassi le parti pubbliche da tenere a bosco, con il solo diritto di pascolo, ma senza diritto di tagliare legna per evitare il disboscamento e il dilavamento conseguente, ma anche per poter avere riserva di legna e far funzionare le fornaci necessarie alla realizzazione di nuovi ripari o ai restauri dei vecchi.
  6. Se il fiume dopo le divisioni avesse portato via i terreni assegnati a qualcuno, con spesa e fatica comune di tutti sarebbe stata necessaria la costruzione di nuove more o il ripristino delle vecchie e i danneggiati nel frattempo sarebbero stati sgravati del canone a favore della comunità che sarebbe poi stato subito dopo ripristinato, effettuati i lavori.


Groppoli

Groppoli in Val di Magra 

Castello con più casali nella stessa parrocchia dei SS. Lorenzo e Damiano. […]

Sono tanti gruppetti di case, ciascuno dei quali ha un nome proprio, cioè Galaverna, Graville, Gavedo, Costa rossa, Serla e Craveggia, casali tutti situati tra i due torrenti Mangiola e Geriola, sparsi sul dorso, ovvero appiè di un poggio che diramasi verso levante dal monte Cornoviglia sino alla ripa destra del fiume Magra.L’antico castello risiede nel punto più elevato: sono in luogo più basso la chiesa, la casetta della comunità e la palazzina dei Marchesi Brignole-Sale, i quali tennero negli ultimi due secoli scorsi a titolo di feudo granducale questo di Groppoli. […]

La comunità di Groppoli confina dal lato di levante con due Comunità del Granducato poste a levante e ponente di quella di Groppoli, mentre per i lati più estesi volti a levante a settentrione maestro e a ostro-scirocco tocca gli ex feudi di Mulazzo e di Casteoli, ora dello Stato estense.La figura iconografica di questa comunità potrebbe quasi paragonarsi a quella di un’intera zampa di bestia capripede che avesse un’angusta strozzatura sotto il ginocchio.

Avvegnachè la punta del piede volta verso ponente libeccio tocca sulla sommità del monte Corneviglia per circa 400 braccia la Comunità granducale di Calice mediante la via maestra che da Calice guida a Pontremoli; la quale via dal lato di ponente maestro serve di confine anche con l’ex feudo di Mulazzo dello Stato Estense sino a che l’abbandona per rivolgersi da ponente maestro a settentrione, costà percorrendo per termini artificiali verso la cima di un poggio del Monte Bruno, forma un angolo rientrante quindi passando alternativamente di costa in piaggia e di piaggia in costa si dirige verso il canale di Seragosa mediante un suo minore influente (Canesi), finché cambiando direzione entra nel torrente Mangiola e con esso arriva nella Magra. Il qual fiume dal lato di grecale levante serve di confine alla Comunità di Groppoli di fronte a quella pur granducale di Filattiera sino allo sbocco in Magra del torrente Geriola.Costà il territorio comunitativo di Groppoli abbandona la Magra e voltando di fronte a ostro trova la comunità dell’ex feudo di Tresana. Di conserva con essa rimonta il Geriola sino al Canal del Fallo, salendo sul fianco meridionale del Monte Bruno, sopra il quale ritrova il confine della Comunità di Calice.Il territorio comunitativo di Groppoli è quasi tutto montuoso ad eccezione della parte più prossima alla sponda della Magra e dei due affluenti Mangiola e Geriola. […]

La sua Cancelleria comunitativa è in Bagnone, dal di cui Vicario Regio Groppoli dipende per il civile e per il criminale.


Bibliografia

E. REPETTI, Dizionario geografico fisico storico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana - Firenze presso l'autore e editore coi tipi di A. Tofani, 1833-1846.


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Groppoli - Le more

Per salvare i terreni dalle devastazioni dei fiumi e ricuperare ciò che hanno invaso i Sigg. Pontremolesi hanno in questo secolo (1700) introdotto l’uso di incanalare i fiumi con muraglie di pietra e calcina che chiamano More e Moli con spese grandissime e talvolta inutili perché ben spesso i fiumi furibondi, o gli rovesciano per mancanza di sicuri fondamenti o non potendosi trovare in molti luoghi i saldi piloni naturali di pietre per collegarveli, o gli atterrano coll’urto de’ pietrosi, e de grandi tronchi d’alberi che seco portano svelti dalle montagne, o finalmente gli sotterrano, e rendono frustranei, per la gran copia dei terreno e dei sassi che seco trascinano giù dalle montagne.
Alcuni dovendo fabbricare dette More in siti dove non si trovano scogli, e dove circ’ad un braccio si trova l’acqua nello scavare i fondamenti, le hanno fatte fare di figura cubica, e non in muro continuato, come più comunemente si pratica, coll’idea che se il fiume venga a scavare sotto al dado, esso dado ricaschi per piano e si seppellisca tutto intero nel medesimo scavo, e così poi serva di base alla nuova fabbrica di riparo che sopra vi si eriga.Molte volte però resta delusa da tale idea, perché essendo la ghiara composta di pietre di differente grossezza ed essendovene alcune di smisurata grandezza, ne segue che cadendo il dado sopra di tali pietre o resta mezzo sospeso o trabocca fuori dalla linea o declina più da una parte che dall’altra e insomma prende una positura diversa dal desiderio di chi o fabbrica, e talvolta anche si rompe.
Non si può esprimere la gran somma di denari che sono stati spesi, e che di continuo bisogna spendere nella costruzione e mantenimento di tali More o moli, per resistere agli impetuosi fiumi del pontremolese e che seco strascinano enormi pietre dai monti; e se non fossero tali robusti ripari malamente si potrebbero salvare i terreni dalle corrosioni, per mezzo dei ripari meno dispendiosi soliti praticarsi in altri fiumi. […] Non è il solo pontremolese che spesso resta devastato dalla Magra e dai suoi affluenti: ne provano i danni anche le altre provincie della Lunigiana e soprattutto la pianura marittima di Sarzana ove erano varie macchie e selciaie, che frenavano l’impeto del fiume senza nuocere alle terre coltivate. Già con deliberazione del Consiglio il dì 24 dicembre dell’anno 1460 proibì di tagliare alberi e macchie attorno alla Magra quest’ultima legge come al solito andò in oblivione per l’avidità di guadagnar terreno da semente, furono tagliate le macchie e le saliviate, finché le acque non trovando più quel forte ritegno, non solamente hanno corroso le ripe adiacenti ed hanno allargato irregolarmente il loro letto, ma sono anche talvolta traboccate da esso e si sono distese ora qua ora là, scavando e distruggendo gli ameni e fertili campi che prima vi erano.
È da notarsi, relativamente ai soprannominati Fiumi, una osservazione stata più volte fatta nel pontremolese, e cioè che quando la pioggia viene a scirocco, quale percuote la montagna ove ha origine il fiume Verde, le acque di questo si gonfiano, laddove quelle della Magra non danno in eccessi. Per lo contrario quando la pioggia viene a libeccio, il Verde non fa grande alterazione, e la Magra si gonfia a dismisura benché le loro sorgenti non siano distanti più di dieci miglia.

Attilio Zuccagni Orlandini, Atlante geografico, fisico e storico del Granducato di Toscana di Attilio Zuccagni Orlandini segretario delle corrispondenze della Accademia economico-agraria dei georgofili di Firenze. - [S.l.] : Federazione casse di risparmio della Toscana, stampa 1974


Filattiera

Filattiera in Val di Magra
Castello già capoluogo di Marchesato, attualmente [1830] di una Comunità granducale, nell’antica pieve di Vico, detta la pieve vecchia (ora arcipretura di S.Stefano) nella giurisdizione civile e criminale di Bagnone, Diocesi di Pontremoli, una volta Luni-Sarzana., Compartimento di Pisa.
Il castello di Filattiera […] è situato sopra una vaga collina posta a cavaliere della strada R. pontremolese, detta Francesca [Francigena] fra i torrenti Capria e Monia; il primo dei quali influenti scorre alla sua base settentrionale, e il secondo dall’opposto lato, mentre dalla parte di ponente spaglia nel subiacente piano il fiume Magra, che entrambi li accoglie, là dove occupa un larghissimo alveo, senza argini naturali o artificiali, appellato la Giara. Trovasi fra il grado 27°36’ long. e 44° 20’ latit., a 370 braccia sopra il livello del mare Mediterraneo, 4 miglia a maestro di Bagnone. […]
La porzione maggiore del territorio, che è pure la più produttiva e più abitata, racchiude il capoluogo.Essa presenta la figura di un triangolo troncato che ha base sul fiume Magra, l’angolo opposto tocca l’Appennino di Monte Orsajo, e i due lati vanno sulle tracce dei torrenti o canali di Monia e di Capria , il primo verso scirocco, l’altro verso maestro, rispetto a Filattiera voltati.
Il territorio di questa regione confina con 6 comunità; 4 delle quali del Granducato e 2 spettanti agli ex feudi del Ducato di Modena. Dal lato di settentrione a maestro, mediante il torrente Capria ha di fronte la comunità Granducale di Caprio sino al suo sbocco in Magra dove per brevissima tangente passa davanti al lato di ponente alla comunità di Pontremoli che abbandona alla foce del torrente Teglia. Alla quale foce sottentra nella riva destra del fiume Magra l’ex feudo dei Malaspina di Mulazzo sino alla confluenza del torrente Mangiola. A cotesto punto il letto del fiume serve da linea di demarcazione fra la Comunità granducale di Groppoli e quella di Filattiera sino allo sbocco del cosiddetto canale della Fossa. Di fronte alla Fossa la comunità di Filattiera lascia a ponente il letto del fiume Magra per rivolgersi dal lato di ostro verso la bocca amplissima del torrente Monia; il cui alveo rimonta dalla parete di levante dirimpetto agli ex feudi dei Malaspina di Malgrate e di Villafranca sino al poggio di Gigliana. Quivi incontra la comunità di Bagnone con la quale si inoltra per termini artificiali sul lato del grecale sino al torrente Capria, dove ritrova il confine da cui partire.
L’altra sezione, posta a grecale della prima, è un angusto ma lungo sprone che staccasi dal Mont’Orsajo poco lungi dal Lago Santo, prima origine del fiume Parma. Su cotesta criniera per il tragitto di un terzo di miglio ha di fronte, sul rovescio dell’Appennino il Ducato di Parma, quindi scendendo da quella elevatezza per il cosiddetto Canal Maestro della Capria sino alla frana, e di là per il canale di Molandola, poscia per le strade vicinali della Fornacetta e di Lusignana, ritrova dal lato di ponente maestro la Comunità granducale di Bagnone. Presso Lusignana voltando faccia bruscamente da ponente a levante va incontro all’ex feudo Malaspina di Treschietto con cui risale sul giogo del monte Orsajo al varco detto la Fusicchia o Fucicchia di Vico là dove esiste il confine della Toscana con la Lombardia, e del Ducato di Parma con il Vicariato di Bagnone.
Una sola strada maestra attraversa il territorio inferiore fra Filattiera e il fiume Magra, quella cioè Regia Pontremolese, stata recentemente ridotta carrozzabile e rettificata sulle tracce dell’antica Via Francesca [Francigena] o Romea della Cisa. […] Nella parte più bassa fra il Caprio e il Monia le acque del fiume Magra ben spesso invadono tutta la pianura che attraversa il fosso Pedale, pianura che porta meritatamente il nome di Ghiaja di Filattiera. […]
Il suo giusdicente civile e criminale è il vicario regio di Bagnone.


Bibliografia

E. REPETTI, Dizionario geografico fisico storico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana - Firenze presso l'autore e editore coi tipi di A. Tofani, 1833-1846.

Piene fiumi (a cura di Rita Lanza)

  • Straordinaria escrescenza del fiume del 3-11-1839
  • Rotta della Capria nel settembre 1852
  • Straordinaria piena del 21-9-1868
  • Piene dell’autunno 1882 (in particolare 20-9-1882) e tutta la primavera
  • Fiumane autunno 1891
  • Piena il 16-11-1896
  • 8-6-1897 lavori a more asportate dalla fiumana
  • Tratto di riparo abbattuto durante la piena del 20-8-1897
  • Alluvioni nel primo semestre 1903
  • Idem secondo semestre (tra cui visita straordinaria per verificare danni compiuta il 10-11)
  • 6-1-1904 riparo abbattuto dalla fiumana
  • Piena nella notte tra il 16 e il 17-10-1907
  • Piene del 7 e 8-11-1909
  • Piena nel novembre 1934

Didascalie immagini

  1. ACF, Perizia dei ripari occorrenti nella sponda sinistra del fiume Magra nel tratto compreso tra il ponte della SS. Annunziata e la foce del torrente Capria a cura dell'ing. Eugenio Giani, 1840 - Particolare
  2. ACF, Perizia dei ripari occorrenti nella sponda sinistra del fiume Magra nel tratto compreso tra il ponte della SS. Annunziata e la foce del torrente Capria a cura dell'ing. Eugenio Giani, 1840 - Particolare
  3. ACF, Perizia dei ripari occorrenti nella sponda sinistra del fiume Magra nel tratto compreso tra il ponte della SS. Annunziata e la foce del torrente Capria a cura dell'ing. Eugenio Giani, 1840 - Particolare
  4. ACF, Perizia dei ripari occorrenti nella sponda sinistra del fiume Magra nel tratto compreso tra il ponte della SS. Annunziata e la foce del torrente Capria a cura dell'ing. Eugenio Giani, 1840 - Particolare
  5. ACF, Perizia dei ripari occorrenti nella sponda sinistra del fiume Magra nel tratto compreso tra il ponte della SS. Annunziata e la foce del torrente Capria a cura dell'ing. Eugenio Giani, 1840 - Particolare
  6. ACF, Perizia dei ripari occorrenti nella sponda sinistra del fiume Magra nel tratto compreso tra il ponte della SS. Annunziata e la foce del torrente Capria a cura dell'ing. Eugenio Giani, 1840 - Particolare
  7. ACF, Perizia dei ripari occorrenti nella sponda sinistra del fiume Magra nel tratto compreso tra il ponte della SS. Annunziata e la foce del torrente Capria a cura dell'ing. Eugenio Giani, 1840 - Particolare
  8. ACF, Perizia dei ripari occorrenti nella sponda sinistra del fiume Magra nel tratto compreso tra il ponte della SS. Annunziata e la foce del torrente Capria a cura dell'ing. Eugenio Giani, 1840 - Visione d'insieme
  9. ACF, Buonificamento del Piano Ghiaioso di tal nome adiacente al fiume Magra a cura dell?ing. Cesare Cappelli, 1833
  10. ACF, Pianta relativa alla questione tra Giuseppe Buglia e Maurizio Costa Reghini riguardante il permesso di costruire un condotto di irrigazione lungo la panchina della mora di Coriana a cura dell'ing. Carlo Pinelli, 1830

Immagini


Filattiera - Il Consorzio del fiume Magra- a cura di Rita Lanza

Una serie di documenti conservata nell'archivio storico del Comune di Filattiera permette di ricostruire le vicende della Piana di quella Comunità e delle aree limitrofe e gli interventi messi un atto per difendere i terreni dalle acque dei fiumi tra la fine del XVIII sec. e il 1947. Si tratta della documentazione inerente il Consorzio dei fiumi Capria (o Caprio) e Magra. 
Già in precedenza, come si ricava dalle deliberazioni della Comunità di Filattiera dalla fine del XVI secolo, molto frequenti erano le richieste inoltrate al Governo centrale di Firenze di poter spendere parte delle entrate del comune per riparare ai danni provocati dal Magra alle coltivazioni ed alla strada. La licenza di spendere veniva concessa per un periodo di tre anni e le entrate, se insufficienti, potevano essere integrate con un dazio sopra la massa dell’estimo. Il capitano e soprattutto il cancelliere dovevano controllare che i denari fossero “spesi bene e con risparmio”. A partire dal 1652 venne fatto uno stanziamento annuale per la spesa delle more o ripari sul Magra. Il Consorzio idraulico dei fiumi Capria e Magra fu costituito nel 1798: il governo toscano affidò l'incarico all'ingegnere Salvador Falleri di Firenze di formare una nuova imposizione sui terreni compresi nella Piana di Filattiera. L’ingegnere produsse una carta topografica, purtroppo scomparsa, comprendente il perimetro dei terreni tassati, ed un libro catastale con la descrizione degli stessi. Tutti i possessori di terreni compresi nell'area in questione furono sottoposti a tassazione per concorrere alle spese necessarie per il mantenimento o la costruzione dei ripari. Il Falleri individuò tre diverse classi di imposizione, ossia tre diversi rapporti di tassazione, in ragione della maggiore o minore vicinanza dei terreni ai fiumi: onerosa per quei terreni più vicini e conseguentemente più soggetti a danneggiamenti (indicati nella carta con il colore rosso), meno gravosa per quelli più lontani (indicati con il colore verde), ulteriormente inferiore per quelli assai lontani (indicati con il colore giallo). L’unico documento dell’archivio di Filattiera ove siano visibili le tre fasce d’imposizione stabilite nel 1798 è la perizia eseguita da Cesare Cappelli, ingegnere idraulico del Circondario di Pontremoli, per il "Buonificamento del Piano Ghiaioso di tal nome adiacente al fiume Magra" del 1833. La pianta dimostrativa allegata comprende il cosiddetto Piano Ghiaioso e la Piana coltivata di Filattiera: la prima fascia individuata dal Falleri, soggetta ad una maggiore tassazione, era la più ampia e si estendeva fino poco al di sotto dell’abitato di Migliarina; la seconda, più ristretta aveva come limite la strada, allora provinciale, della Cisa; la terza comprendeva i rimanenti terreni della Piana, fino al piede delle colline.I confini del Consorzio, in seguito alla suddetta bonifica della zona delle Ghiare e al conseguente ampliamento del cartone di imposizione del Falleri, erano rappresentati a nord dal torrente Caprio, e a sud dal torrente Monia.I documenti più antichi del Consorzio, oltre alla Descrizione dell’imposizione del fiume Magra del Falleri, si datano dagli anni ’20 del 1800.All’amministrazione dell’imposizione sovraintendevano tre deputati, tra i quali uno era il presidente. A questa concorreva anche un camarlingo, eletto dai deputati, con mandato triennale, che aveva il compito di formare il saldo, compilare il dazzaiolo e procedere all’esazione dell’imposta stabilita. Annualmente a primavera o all’inizio dell’estate venivano effettuate visite alle opere sui fiumi per verificarne lo stato: in tali occasioni i deputati erano affiancati dall’ingegnere idraulico del Circondario di Pontremoli, poiché il Consorzio non aveva ancora un proprio perito idraulico. L’ingegnere redigeva il verbale delle visite e le perizie per eventuali lavori da farsi. Queste dovevano essere omologate dal Vicario Regio del tribunale di Bagnone. Veniva quindi formato il ruolo di riparto dell’imposta sottoposto all’approvazione della Reale Camera di Soprintendenza Comunitativa di Pisa. I lavori si eseguivano nei mesi estivi con l’impiego della popolazione di Filattiera ed erano seguiti da uno o più assistenti; tra gli operai vi erano numerose donne. I nominativi, i compensi orari e le giornate di lavoro venivano indicati su apposite tabelle sulla base delle quali il camarlingo provvedeva ai pagamenti.Dalle perizie redatte dall’ingegnere si può ricavare il metodo di costruzione delle more: sul fondo andava posto uno strato di calcina forte spenta di recente e “rena”, poi venivano messi grandi sassi ridotti a faccia piana disposti su spianate regolari. Nel caso di inondazioni nel periodo invernale, quando non era possibile realizzare opere definitive per arginare l’acqua del fiume, si costruivano dei cavalletti provvisori costituiti da pali di legno messi per dritto e per traverso e tra questi veniva fatto un muro a secco. Sotto la dominazione parmense alle riunioni del consiglio di amministrazione del comprensorio o consorzio, tenute presso la prefettura di Pontremoli, partecipavano il prefetto, che aveva la carica di presidente, o il segretario della prefettura di Lunigiana in sua vece, il podestà di Filattiera, il deputato della Società del consorzio e l’ingegnere incaricato della prefettura provinciale di Lunigiana, Acque e strade, sezione di Pontremoli. Non vi era più il camarlingo: il ruolo era compilato a cura della Direzione delle contribuzioni dirette e doveva essere reso esecutorio dal prefetto; le riscossioni venivano fatte dal cassiere comunale di Villafranca previa trasmissione delle cartelle d’avviso a ciascun quotizzato. Lo stato concorreva alle spese del comprensorio per il suolo della strada maestra pontremolese, dal 1849 statale.Il 5 luglio 1856 il Dipartimento dell’Interno approvò la deliberazione del corpo ingegneri sullo stabilimento di un comprensorio privato progettato dall’ingegnere Vincenzo Montecchini sulla riva sinistra del Magra nella parrocchia di Scorcetoli, tra il muraglione di Santa Giustina ed il torrente Capria, nel Comune di Filattiera ed in piccola parte in quello di Pontremoli. Un deputato rappresentava la massa degli interessati; del consiglio di amministrazione faceva parte anche il podestà. Il comprensorio rimase attivo solo per poco tempo: alla fine di gennaio del 1857 gli interessati chiesero lo scioglimento della società. Nel 1872 i principali interessati progettarono di ripristinarlo ma senza esito. Nello stesso anno fu progettato un consorzio lungo la riva destra del Caprio, denominato di “Ponticello”, ma non fu mai realizzato.Le basi adottate nel 1798 per il Consorzio idraulico dei Fiumi Capria e Magra vennero mantenute anche in seguito, come indicato nello Statuto del Consorzio, redatto dall’Assemblea Generale degli Interessati il 5 novembre del 1868, sulla base della legge del 20 marzo 1865 sui consorzi idraulici, ed approvato dalla prefettura il 17 giugno 1869. Si riportano qui di seguito, in sintesi, le principali disposizioni dei 25 articoli in cui era suddiviso. I terreni compresi nel perimetro del Consorzio dovevano pagare in ragione di superficie e non di rendita imponibile; le tre classi concorrevano alla spesa totale in ragione di 5 decimi la prima, 4 decimi la seconda ed un decimo la terza (art.1). Il governo concorreva per la quarta della spesa totale (art.2). Il consorzio era amministrato da una deputazione (o consiglio di amministrazione) di durata triennale, formata da quattro deputati più due supplenti eletti dall’Assemblea Generale. La Deputazione nominava in proprio seno un presidente ed un vicepresidente (art.3). I bilanci ed i conti del Consorzio erano deliberati dall’Assemblea, le cui deliberazioni erano prese a maggioranza relativa di voti. Anche all’interno di questa venivano eletti un presidente ed un vicepresidente che rimanevano in carica per tre anni (art.5). Le adunanze della Deputazione e dell’Assemblea si tenevano presso la sottoprefettura di Pontremoli. La Deputazione era incaricata di provvedere alla riscossione delle somme occorrenti al Consorzio e di stabilire come erogarle nell’ambito dei lavori (art.6). Essa era sussidiata da un segretario, un ingegnere ed un tesoriere (art.7). Il segretario era incaricato di tenere il protocollo, di compilare il bilancio, di redigere i processi delle deliberazioni e delle adunanze (art.18); il tesoriere era tenuto a curare la riscossione e ad estinguere i mandati di pagamento (art.20). Tra gli impiegati del Consorzio vi erano inoltre uno o più assistenti, secondo le necessità, alla sorveglianza dei lavori (art.21).Le deliberazioni della Deputazione dovevano essere a maggioranza assoluta di voti (art.8). Ogni anno nel mese di maggio i membri della Deputazione con il concorso dell'ingegnere effettuavano una visita alle difese sui fiumi per verificare lo stato delle stesse (art.5); visite straordinarie potevano essere fatte in caso di inondazioni o qualora un proprietario si sentisse minacciato da gravi danni (art. 15). L’ingegnere aveva l’incarico di stendere il processo verbale della visita (art.5) e di indicare approssimativamente l’importo della spesa di eventuali lavori; su questa base la Deputazione formava il bilancio, che doveva essere approvato dall’Assemblea e ripartiva le somme dovute tra gli interessati mediante un ruolo (art. 12).Successivamente l’ingegnere redigeva le perizie definitive dei lavori necessari (art.13).L’esecuzione dei lavori era affidata per pubblico incanto o per trattative private (lavori in economia) nel caso di importi non ingenti o qualora la Deputazione lo ritenesse vantaggioso per il Consorzio (ad esempio in caso di urgenze) (art.14). Negli anni successivi poche furono le variazioni e le nuove disposizioni rispetto a quanto stabilito dallo statuto. Le adunanze della Deputazione e dell’Assemblea dal 1891 si tennero nella sala del Comune di Filattiera alla presenza di un rappresentante del governo (così come in precedenza). Tra l’ultimo ventennio dell’ 800 e l’inizio del ‘900 gran parte del carteggio del Consorzio riguarda la compartecipazione dello Stato e delle Ferrovie alle spese consortili. Frequenti erano le domande di sussidio statale, non sempre accettate: nel 1886, con lettera della sottoprefettura, si precisava che ai sensi dell’art. 97 della citata legge del 20 marzo 1865 sui consorzi idraulici lo Stato concorreva nelle spese dei consorzi per spese utili alla navigazione o che influivano sulla sicurezza di opere nazionali, per il massimo di un quarto, e non per ordinaria manutenzione o amministrazione. Dalla fine dell’800 la Società italiana per le strade ferrate del Mediterraneo scrisse più volte al Presidente del Consorzio per sollecitare la pratica relativa alla propria compartecipazione nelle spese consortili. La quota doveva essere determinata in base alla misura dei terreni costituenti la sede ferroviaria, compresi nella giurisdizione del Consorzio. La pratica risulta ancora pendente nel 1905 e probabilmente non fu mai portata a compimento (anche se non se ne fa più menzione nei documenti) se una deliberazione dell’Assemblea del 1898 stabiliva che, essendo la ferrovia opera nazionale, il concorso nelle spese spettava al governo e la richiesta dell’amministrazione ferroviaria non poteva essere accolta.All’inizio del ‘900 vennero proposte alcune modifiche allo statuto, relative al numero dei componenti della Deputazione, alla validità delle adunanze relativamente al numero dei partecipanti (non contemplato nello Statuto) e al servizio di esattoria e tesoreria del Consorzio che fu affidato all’esattore tesoriere del comune. A partire dal 1906 il Consorzio dovette provvedere all’assicurazione degli operai impiegati alle more, stipulando una polizza collettiva con la ditta assicuratrice degli infortuni sul lavoro del Monte dei Paschi di Siena.

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  1. ACF, Perizia di lavori in località Comunelle a cura dell'ing. Francesco Malaspina, 1887
  2. ACF, Pianta della parte superiore del Consorzio, presso la Capria, a cura dell?ing. Francesco Malaspina, 1892
  3. ACF, Perizia di lavori per la ricostruzione di un tratto di riparo in località Ai Prunai a cura dell?ing. Francesco Malaspina, 1897
  4. ACF, Perizia generale eseguita per il Consorzio del fiume Magra, prima metà sec. XX

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Bagnone

Bagnone in Val di Magra 
Terra, già castello del Granducato, alla base meridionale del monte Orsajo fra le balze di un augusto e profondo vallone bagnato da un fragoroso torrente che gli diede il nome, tre miglia a levante del fiume Magra, nel gr. 27° 39’ long., 44° 18’ 5’’ latit.È capoluogo di Comunità. Residenza di un Vicario Regio nella Diocesi. […]
Bagnone fu sede di uno dei tanti marchesati posseduti dal ramo di Alberto Malaspina Marchese di Filattiera […] e toccò in dote ad Antonio. Nel 1410 il territorio fu dato in accomandigia alla Repubblica Fiorentina, alla quale nel 1471 restò in libera balìa e giurisdizione tutto il marchesato.Consisteva allora il distretto di Bagnone nei casali di Cavezzana, Casalasco, Collesino, Gottola, Mocchignano e Nezzana, oltre il vecchio castello di Bagnone posto intorno alle rupi di un alto colle sulla confluenza del torrente omonimo e del fosso Pendeggia. […] Delle antiche fortificazioni resta tutt’ora in piedi il cassero fabbricato in guisa di torre circolare, antica abitazione della nobile stirpe de’ Conti di Noceto, i quali vi fissarono il loro domicilio sino da quando la Repubblica Fiorentina donò la rocca di Bagnone ai nipoti di Pier Francesco di Noceto.La parte più moderna di Bagnone giace alle falde del poggio che le sta a ridosso da un lato, mentre dall’altro trovasi rinchiusa fra le profonde ripe di romoroso torrente. Lungo da esso risiede il borgo fiancheggiato da portici ed in capo al medesimo la piazza nella quale trovasi il pretorio e la chiesa principale. […]Il territorio della Comunità di Bagnone occupa una striscia di terreno irregolare, circondato dagli ex feudi di Varano, di Treschietto, di Villafranca e dell’Aulla e nei punti estremi della Toscana dal Ducato di Parma.
Il suo perimetro ha la configurazione presso a poco di una chiocciola la cui testa rivolta a settentrione-maestro tocca il giogo dell’Appennino di Mont’Orsajo, presso il lago Verde, prima sorgente del fiume Enza dove confina con il Ducato di Parma. […] Sul dorso che guarda settentrione il territorio di Bagnone forma una prominenza […] mentre risale verso Monte Orsajo per congiungersi alla Comunità Granducale di Caprio. Di là rivolgendosi in senso contrario corre verso scirocco .al casale di Nezzana e quindi scende fino al torrente Merizzo, che presto lascia a sinistra, volgendo da ostro a libeccio sino alla sponda sinistra della Magra. Mediante questo fiume tocca Lusuolo posta alla destra della Magra. Nell’ultimo tragitto la Comunità di Bagnone costeggia con gli ex feudi di Malgrate e Villafranca cui subentra presso alla Magra la Comunità Granducale di Terrarossa sino al torrente Civiglia. Costà subentrano gli ex feudi estensi dell’Aulla, di Ponte e di Licciana e corre nella direzione di libeccio a grecale, rimontando il fianco destro della vallecola del torente Taverone sino a tornar sulla cresta dell’Appennino a contatto con il distretto di Varano. […] Formavano parte del sopradescritto perimetro comunitativo di Bagnone tre antichi feudi imperiali Castiglione del Terziere, Bagnone e Rocca Sigillina. Il primo, avendo preceduto gli altri nella sua dedizione alla Repubblica Fiorentina, ebbe anche il privilegio di essere da questa dichiarato capoluogo di giurisdizione. Del quale acquisto (che risale alla metà del secolo XV, circa vent’anni innanzi di Bagnone) i reggitori del Comune di Firenze formarono il Capitanato di Castiglione del Terziere, poscia Vicariato di Bagnone, dopo che furono riuniti in un sol corpo i distretti di Rocca Sigillina, di Corlaga, di Lusuolo e di Riccò, di Filattiera, di Terrarossa e di Groppoli pervenuti per compra al Granducato.

Epoca cronologica dell’acquisto degli ex feudi componenti l’antico capitanato granducale di Bagnone  in Lunigiana


Anni

1451
Castiglione del Terziere, con le ville di Cassiolana, Cortenuovo, Corvarola, Merizzo, Fornoli ec.
1471
Bagnone, con le ville di Collesino, Compiano  [Compione], Nezzana, Pastina, Lusana, Pieve, Corgnole [Corniola], Darbia, Groppo e Vespeno
1546
Rocca Sigillina con le sue ville di Cavallana, Oliveto e Vignola ec.
1549
Filattiera con le sue ville di Miglierina e Lusignana
1551
Corlaga e le sue ville di Agnetta, Leuzio  [Leugio], Stazzone, Biglio ec.
1574
Lusuolo e Ricò con le loro ville di Campoli, Canossa, Capannella, Canala, Campo sopra, Circò e Tassonara
1578
Groppoli col Castello e ville di Arpio [Arpiola], Casarossa, Costa Cravilla, Lavaggio, Serla, Talavorna
1617
Terra rossa col Castelletto e le ville di Costamala e Canalescuro 

Quasi tutti i suddetti villaggi ottennero i loro statuti municipali. […]
Con la legge del 30 settembre 1772 il capitanato di Bagnone e di Castiglione del Terziere fu dichiarato uno dei 15 Vicariati minori, cui fu assegnata la giurisdizione civile e criminale di tutto l’antico territorio a riserva della Comunità di Albiano e Caprigliola data al Vicario maggiore di Fivizzano, cui di seguito fu unita la Podesteria di Codiponte, già dipendente dal Vicariato di Bagnone. […] 
Con il regolamento Leopoldino, de’ 24 febbraio 1777 relativo all’organizzazione economica della comunità di Bagnone, furono riunite in un sol corpo per comune interesse 20 comuni, cioè:1. Bagnone; 2. Biglio; 3. Cassolana; 4. Castiglione del Terziere; 5. Compione; 6. Collesino; 7. Corlaga; 8. Corvarola; 9. Filattiera; 10. Fornoli; 11. Gigliana; 12. Grecciola; 13. Lusana; 14. Lusuolo; 15. Mocchignano; 16. Nezzana; 17. Pastina; 18. Pieve; 19. Ricò; 20. Rocca Sigillina.
Il cancelliere comunitativo è di terza classe, e la sua cancelleria comprende anche le comunità di Albiano, Filattiera, Groppoli e Terrarossa; tutte le quali comunità hanno l’Uffizio di esazione del Registro e la Conservazione delle Ipoteche in Pontremoli; la Rota è in Pisa.

Bibliografia

E. REPETTI, Dizionario geografico fisico storico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana - Firenze presso l'autore e editore coi tipi di A. Tofani, 1833-1846.

Didascalie immagini

  1. ADMM, Licenza domandata dal Governo Toscano per fare le piante del corso della Magra nel territorio di Mulazzo, Antica serie, filza 31/2, 13 set. 1780
  2. ADMM, Licenza domandata dal Governo Toscano per fare le piante del corso della Magra nel territorio di Mulazzo, Antica serie, filza 31/2, 13 set. 1780
  3. ACB, Fogli sciolti, s. d.
  4. E. REPETTI, Dizionario geografico fisico storico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana ? Firenze presso l'autore e editore coi tipi di A. Tofani, 1833-1846

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Bagnone - Una cancelleria fiorentina per i territori dell'area mediana del fiume Magra - a cura di Francesca Guastalli

Il territorio di Bagnone, che geograficamente non confina con il fiume Magra, è inserito nella presente mostra non solo in funzione del fatto che il suo omonimo fiume è uno dei suoi principali affluenti, ma soprattutto perché territori importanti, che si affacciano sul fiume Magra come Filattiera. Groppoli, Terrrarossa, Lusuolo, Riccò, Albiano sono stati per vari periodi e per lungo tempo associati, dalla dominazione fiorentina, al territorio di Bagnone, al quale era stato conferito un ruolo di centralità per il controllo e il governo politico amministrativo di questa area mediana della Lunigiana, considerata dai fiorentini di importanza strategica.
Bagnone rappresenta l'identità di un territorio di confine che non è mai stato soltanto una circoscrizione comunale ma l'area vasta di operatività di una cancelleria fiorentina abbracciante più territori che insistono su un'area di confine. 
Il confine ha una natura ambivalente: da un lato è potere ed in quanto tale si sovrappone e addirittura si impone sul territorio, su una popolazione, su un aggregato di comunità ed interessi, ne travolge le vicende ed il destino, dall'altro è terra, oggetto fisico e oggetto di diritto, sotto quest'ultima accezione ne interpreta l'intima vocazione, ne traduce le differenze specifiche, ne misura e limita gli spazi ed è indice di conseguenze importanti sulla produzione e conservazione delle carte, che sono ad un tempo memoria e materiali della sua storia.Applicato questo principio all'analisi di un territorio, non di una sola comunità ma di più comunità aggregate entro le funzioni giuridiche di una cancelleria, ci dà la dimensione di un percorso complesso e non sempre riconducibile a parametri fissi di riferimento,
Il territorio della cancelleria di Bagnone, area di confine, ben esemplifica infatti la complessità del suo percorso storico, espressione, già a partire dal XVI secolo, di quell'impulso organizzativo, di concentrazione ed accentramento voluto dalla dominante casata dei Medici anche sui territori periferici, che tramite i cancellieri attuava il controllo diretto ed immediato dell'attività delle singole amministrazioni, insediandosi all'interno di esse ed attuando quella progressiva concentrazione anche delle carte a partire dagli archivi giudiziari dei podestà e degli altri giusdicenti presenti in loco.
Fin dal 1569 i Nove Conservatori del Dominio e della Giurisdizione fiorentina nominano un primo cancelliere, scelto poi in loco, con compiti di attuario delle comunità, consultore delle amministrazioni locali e garante della legalità e responsabile della raccolta documentaria che si installerà a Castiglione del Terziere. Lì compilerà i libri delle deliberazioni dei vari magistrati comunitativi, sorveglierà e registrerà tratte ed uffici, rogherà contratti, compilerà estimi e formerà registri delle riscossioni delle imposte, controllando i libri delle entrate e delle uscite dei camarlinghi locali, oltre a redigere l'inventario di tutti i libri e scritture civili e criminali appartenenti al Capitanato di Castiglione. Dal 1635 registrerà anche i beni comunali, i contratti, le confinazioni, i saldi dei camarlinghi e quanto attiene alla riscossione della tassa di macina e di quella del sale.
Per tutto il secolo XVII, fino al periodo lorenese (con Francesco Stefano, che cercò di unificare il diritto esistente e tramite l'auditore Pompeo Neri verificare lo status organizzativo delle cancellerie del contado) si sovrappongono all'interno della cancelleria documenti riferibili sia all'attività delle podesterie che all'attività giurisdizionale dei singoli consoli.Ma la precarietà della situazione mutando i ministri e non risiedendo il Governatore almeno per sei mesi, come avrebbe dovuto e non visitando il tribunale, ha generato nel tempo la dispersione di molto materiale.
La situazione migliora con il trasferimento a Bagnone, a metà del XVIII secolo, delle carte d'archivio insieme alla cancelleria e agli uffici giudiziari (dove il lunedì, giorno di mercato, si teneva già da tempo udienza) nel costruito palazzo, nella Piazza del Vicario. 
Ma è soprattutto con l’entrata in vigore nel 1777 del regolamento sulla riorganizzazione del Granducato che, eliminando la gran quantità di popoli, quali soggetti giuridici, ricondotti nel contesto più ampio delle nuove comunità, volute da Pietro Leopoldo, di fatto si diminuirono i soggetti amministrativi controllati.Le competenze dei cancellieri, già nel 1635, tra l'altro, archivisti delle comunità, con le riforme leopoldine, ribadite dalle apposite istruzioni emanate nel 1779, non cambiano sostanzialmente, nonostante l'impronta autonomistica delle comunità voluta dal Granduca, che perseguiva l'intento di maggiormente responsabilizzare i ceti dirigenti locali periferici.Si osserva comunque un illuminante parallelismo tra documenti prodotti e funzioni esercitate dai cancellieri:
- in veste di custodi delle leggi e dell' ordine relativi alle comunità essi costituiscono libri di appunture, libri di imborsazioni e tratte, tasse;
- in veste di direttori di aziende di comunità e luoghi pii, invece, essi producono bilanci, dazzaioli, obblighi e malleverie, ragioni di entrata ed uscita;
- come notai ed attuari delle comunità compete loro la produzione di deliberazioni, partiti, stanziamenti, carteggi dei comuni e della cancelleria, rendite e proventi, contratti e livelli;
- come delegati del sale e della tassa delle macine, competono loro reparti, dazzaioli, debitori.

Questa organizzazione è visibile nell' analisi dei materiali ed è strettamente connessa alla natura delle mutazioni del quadro territoriale solo in relazione al quale acquista concretezza il materiale archivistico che appare espressione di reali istituzioni storiche: le podesterie, il vicariato, le comunità e non mera sovrastruttura ordinatoria e concettuale.
Le carte ripercorrono gli eventi più significativi della riorganizzazione dei governi provinciali e la ristrutturazione dell'apparato giudiziario periferico del 1772, oltre ovviamente alla riforma delle comunità lunigianesi.
Nel 1772 viene nominato un vicario di terza classe, con competenze civili e criminali che dirige il territorio dell'antico Capitanato (con l'eccezione di Albiano e Caprigliola poste per il civile sotto la podesteria di Albiano e per il criminale sotto il vicariato di Fivizzano, cui confluirono sia le competenze civili che quelle criminali dell'antica podesteria di Codiponte).Nel 1777 si riorganizza la comunità bagnonese, dalla quale si distaccano Filattiera (1786) e conseguentemente Albiano, Terrarossa e Groppoli, mentre Codiponte viene riunito a Fivizzano.
La cancelleria di Bagnone cede nel 1778, conseguentemente, a quella di Fivizzano i libri e le carte della rocca di Codiponte e si organizza autonomamente: il cancelliere e in sua assenza i giusdicenti locali, con concessi poteri di surroga, predispongono deliberazioni e saldi. Le difficoltà di collegamento autorizzano inoltre il trasporto delle carte attinenti la comunità di Albiano nella sede della podesteria di quella comunità nel 1783, pur sotto la responsabilità della cancelleria bagnonese. È infatti la cancelleria di Bagnone che in occasione del sindacato triennale dei cancellieri, continua a compilare inventari e sommari riferiti alle cinque comunità facenti parte di essa (Bagnone, Terrarossa, Albiano, Groppoli e Filattiera).
Gli eventi napoleonici sconvolgono, oltre ai destini dei diversi territori lunigianesi, anche l'organizzazione burocratica adottata dalle comunità locali con le riforme leopoldine: le comunità appartenenti alla cancelleria di Bagnone, sono inizialmente aggregate al dipartimento del Mediterraneo e successivamente inserite nel dipartimento degli Appennini.Tra il 1809 ed il 1813 i nuclei documentari riferiti alle comunità di Terrarossa ed Albiano, Groppoli, Lusuolo e Riccò (accorpati a Groppoli) e Filattiera vengono destinati ai rispettivi Comuni per servire da supporto all' attività delle nuove istituzioni locali introdotte dai conquistatori francesi. Con la Restaurazione, all'atto della ricostituzione del Granducato, lo status quo delle carte è ripristinato nella ricomposta cancelleria comprendente nuovamente tutte le cinque zone di Bagnone, Filattiera, Groppoli, Terrarossa ed Albiano.
In epoca del ripristinato "ancien regime" (1815/1849) le comunità lunigianesi, politicamente riaffidate al Granducato fiorentino, vengono poste, sotto il profilo del controllo della produzione documentaria e della sua conservazione, dal 1825 sotto la Camera di Soprintendenza comunitativa di Pisa.
Con la creazione inoltre della Direzione Generale delle Acque nel 1825, confluisce entro la cancelleria, anche la produzione tecnica, catastale, i diari di visita di strade e fiumi, le relazioni e le relative perizie degli ingegneri granducali, poi ingegneri comunitativi.
Il ripristino della legislazione granducale, conseguente alla Restaurazione, amplia inoltre, per alcuni aspetti, le competenze dei cancellieri che diventano detentori anche dello stato civile introdotto dai francesi e nel 1826 assumono funzioni di segretari nell'ambito delle Deputazioni comunali di leva, detentori della relativa documentazione e di quella successiva delle guardie civiche (nel 1848) e nazionali (nel 1853).
Per contro la nuova organizzazione riduce il ruolo del cancelliere in funzione di un ampliamento di poteri al gonfaloniere delle comunità che non presiede più le sole assemblee magistrali ma cura atti e negozi (detti appunto del gonfaloniere).
Si comprende dunque su quale tessuto mutevole appoggiava la circoscrizione della cancelleria di Bagnone, soggetta come tutte le altre ad un processo storico di trasformazione delle sue competenze e dei suoi confini territoriali ed interagente di volta in volta con il territorio stesso che comprendeva. Essa disegna un percorso che parte dalla sua istituzione nell'ambito dei poteri dello stato vecchio fiorentino, poggiante su circoscrizioni amministrative di vicariato comprensive delle circoscrizioni di podesteria, (formate a loro volta da più comunità) per passare poi, con mutazioni progressive, solidificate ed assestate sulla base di situazioni storicamente concrete, quali il progetto Leopoldino (1772/77), ad uno status di unitarietà amministrativa e giuridica, corrispondente al periodo di consolidamento conseguente all' epoca della Restaurazione.
Quest'ultimo periodo, sotto il profilo amministrativo e giuridico, assommerà caratteri e compiti lasciati dal corpus giuridico ed amministrativo napoleonico, riassunti in un’organizzazione unitaria di accentramento e gestione documentaria che riannoda il filo formale e sostanziale della sua storia documentaria sviluppato in tre secoli di attività della cancelleria.L'ultima riforma comunitativa del 1849 conferirà anche alla cancelleria di Bagnone una configurazione immutata per tutti i successivi anni fino all'unità d'Italia e ridando un ruolo agli archivi comunali finirà per smembrare, in buona parte, i fondi conservati nelle sedi della cancelleria comunitativa (per Bagnone ad esempio le carte di Villafranca e Tresana ed Albiano vengono inviate nelle rispettive sedi comunali, quelle di Lusuolo, Groppoli vengono inviate a Mulazzo e cosi via, anche se parte delle carte di queste ultime comunità rimangono a Bagnone). 
Per contro, sempre nel 1849, sono versate in cancelleria, a Bagnone, le carte della comunità di Treschietto, che con il trattato di Firenze (1844) ha acquisito una nuova connotazione amministrativa.
I territori facenti parte della cancelleria di Bagnone entrano in un gioco complesso di devoluzioni fra le grandi potenze che finiranno per sancire il confluire delle comunità che la componevano (Bagnone, Filattiera, Groppoli e Terrarossa, Riccò ed Albiano), entro la Lunigiana parmense unitamente, per quanto ci riguarda, al territorio di Treschietto che viene ad integrarsi definitivamente con le terre contigue, da sempre sotto il dominio fiorentino.
Gli atti civili e criminali che avrebbero dovuto confluire nelle preture granducali istituite nel 1850, rimangono in loco, e quantunque alla fine i documenti dell'estimo e catasto (anche descrittivo) vengano versati all' Archivio di Stato di Massa, resta il fatto che in Bagnone, a suo tempo centro della cancelleria comunitativa, permane ancora oggi, nonostante le vicende del più lontano passato e le più recenti dispersioni, un patrimonio documentario ben più ampio dei soli atti della Comunità Bagnonese. Nell’Archivio storico di Bagnone si conservano tutte le filze dei vari giusdicenti accumulati nei vari secoli di attività, il nucleo dei documenti prodotti dai cancellieri oltre le carte amministrative dell' antico Capitanato e del Comune di Bagnone, Ma è nella specificità sovracomunale della raccolta documentaria l'importanza storico-culturale di questo patrimonio di carte che rappresenta un punto imprescindibile per la comprensione e la conoscenza politico amministrativa di tanta parte di questa media Lunigiana che si fronteggia sulle due opposte sponde del fiume Magra.

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Aulla

Terra murata, già castello in Val di Magra capoluogo di comunità e di provincia della Lunigiana Estense, residenza di un delegato di governo e di un giusdicente, nella diocesi di Massa di Carrara, già di Sarzana, Ducato di Modena. Risiede sulla ripa sinistra del fiume Magra in uno sprone fiancheggiato a settentrione dal torrente Taverone, a ostro dall’Aulella, mentre a ponente la Magra lambisce le sue mura alla confluenza dell’Aulella nel gr. 27° e 38‘ long. e 44° e 18’ latit. sull’antica strada Francesca o Pontremolese. […]
La comunità di Aulla a forma dell’attuale regolamento governativo ed economico [1830] comprende nella sua giurisdizione nove popoli con una popolazione di 4086 abitanti. Essa confina con sette comunità; a settentrione con la Comunità Granducale di Terrarossa, mediante il fosso Cisolagna sulla destra del fiume Magra e di qua dalla Magra mediante il torrente Tavarone in parte, e nel restante per artificiali confini; a occidente è a contatto con la Comunità di Bolano spettante al Regno Sardo; a libeccio trova la Counità. Granducale di Albiano; a ostro per breve tragitto tocca la Comunità di S. Stefano dei RR. Stati Sardi e quindi l’ex feudo di Fosdinovo; a scirocco-levante confina con la Comunità Granducale di Fivizzano cui serve per qualche tratto di limite naturale il torrente Arcinasso e finalmente a greco il territorio dell’Aulla costeggia la Comunità. dell’ex feudo di Licciana. […] Molta superficie di questa Comunità è occupata dai letti spaziosissimi dei fiumi Magra e Aulella e dal torrente Tavarone. Il primo di essi attraversa il territorio della Comunità dal lato occidentale e separa dall’Aulla l’ex marchesato di Podenzana, il secondo lo percorre dal lato d’ostro e di levante, il terzo ne lambisce quasi costantemente i confini dal lato settentrionale.



Bibliografia

E. REPETTI, Dizionario geografico fisico storico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana - Firenze presso l'autore e editore coi tipi di A. Tofani, 1833-1846.

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  1. Tariffa del passaggio della barca sopra il fiume Aulella - Tavola marmorea conservata presso il Museo Etnografico della Lunigiana con sede a Villafranca in Lunigiana (Massa Carrara)
  2. ASMs, Delegato di Governo Estense, b.159
  3. ASMs, Delegato di Governo Estense, b.159
  4. ASMs, Delegato di Governo Estense, b.159


Aulla - Abbazia di San Caprasio

Abazia dell’Aulla in Val di Magra 
Sulla ripa sinistra dello stesso fiume al confluente coll’Aulella, nella terra omonima già Aulla o corte del marchese Adalberto figlio del conte Bonifazio di Lucca, che la fondò nell’anno 884, dedicandola a S. Maria e ad altri Santi sebbene col solo titolo di San Caprazio venga denominata. Quel Marchese nel tempo la dotò di un ricco patrimonio, sparso per quella valle e nella Garfagnana alta, la destinò in padronato ai suoi eredi, dai quali pervenne agli Estensi e ai Malaspina. Ai primi fu confermata da Arrigo IV mentre i secondi ne godettero il frutto con il nome di abati commendatari sino a che nel 1543.
I Marchesi di Aulla vendettero al nobile genovese Adamo Centurione per la somma di 4000 scudi la terra di Aulla col poggio di Burcione e i diritti che avevano sopra il castello di Bibola insieme con il giuspadronato della Badia prenominata. La quale fu a lui confermata il 4 luglio 1550 da Giulio III e quindi dallo stesso pontefice con bolla del 20 giugno 1554 tolta ai monaci olivetani che dopo i benedettini l’abitarono e ridotta a commenda secolare conferendo la ricca sua prebenda al chierico Jacopo Centurione, con l’obbligo di mantenere pel servizio della sua chiesa un sacerdote curato, oggi proposto dell’Aulla.
Gli eredi e successori di Adamo Centurione godettero lungo tempo il fondo e benefizio dell’Aulla, ma la parte che essi presero nella guerra della successione fu cagione della perdita di quel feudo imperiale e del padronato dell’annessa Badia, accordata poi con diploma di Carlo VI del 31 ottobre 1714 al marchese Alessandro Malaspina di Podenzana che nominò abate uno dei marchesi di Mulazzo alla di cui vacanza, per lettere dell’imperatore Giuseppe II del 2 ottobre 1767, dirette al vescovo di Luni a Sarzana, fu proposto e nominato abate dell’Aulla un marchese Alfonso di Podenzana.
I beni di questa Badia vennero in gran parte alienati sotto il regime francese per decreto della Repubblica Italiana del 3 settembre 1802.
BibliografiaE. REPETTI, Dizionario geografico fisico storico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana - Firenze presso l'autore e editore coi tipi di A. Tofani, 1833-1846.

Didascalia foto

  1. ADMM, Copia dell'atto di fondazione dell'abbazia di San Caprasio, filza 2
  2. ASMs, Delegato di Governo Estense, b.159

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Aulla - Un territorio alla confluenza di tre fiumi - a cura di Riccardo Boggi

In epoca carolingia la Marca di Tuscia, cui appartenevano anche i territori lungo il fiume Magra diventò una Marca del Regnum Italiae, suddivisa in Contea Meridionale, corrispondente alla Maremma grossetana, e Contea Settentrionale, retta dai conti di Lucca e formata dai territori di Luni, di Lucca, di Pisa, della Maremma pisana e della Corsica. 
Del periodo carolingio esiste una memoria documentaria riguardante alcuni territori della Valle che risale all’anno 884. Si tratta del l’atto con cui il conte di Toscana Adalberto I fonda l’abbazia di Santa Maria ad Aulla, intitolata poi a San Caprasio, dotandola di molti beni scelti tra i suoi possedimenti. Tra questi alcune terre poste sulla sinistra dell’alta valle del Taverone, attualmente comprese nel Comune di Comano ed il territorio corrispondente alla parte terminale della valle, delimitato dai torrenti Taverone e Civiglia e denominato anticamente Campo Massari (Masero).
IN LOCO UBI DICITUR CONFLUENTI…..
Lo dice il più antico documento giunto sino a noi: l’origine, le fortune e le disavventure di Aulla stanno tutte nelle caratteristiche geografiche di quella piccola lingua di terra abbracciata dalle confluenze di Aulella e Taverone nella Magra.Le strade delle vallate dell’Aulella, del Taverone, della Magra, confluiscono tutte nel lembo di terra, al sicuro dalle alluvioni, che quasi certamente fu già abitato nell’antichità, ma sicuramente fortificato e attrezzato come luogo di sosta e servizi da Adalberto di Toscana che dopo aver fondato il borgo, nell’anno 884, vi volle insediare una comunità monastica, dotando l’abbazia di ingenti terre e possedimenti.
La cartografia disponibile negli archivi, in particolare nell’Archivio di Stato di Firenze, ma in genere tutta la produzione cartografica a stampa che riguarda la Lunigiana, mette sempre in evidenza la centralità di Aulla, variamente nominata: Ula, Lavula, Avula.
La centralità di Aulla, rispetto al territorio lunigianese, ha fatto sì che il Duca Francesco IV di Modena vi collocasse la residenza del governatore dei suoi domini lungianesi: in occasione di una sua visita in Aulla egli ne apprezzò i rigogliosi giardini della confluenza Aulella-Magra, l’amabilità del clima e dispose l’acquisto e l’ampliamento dell’ex palazzo Centurione, già appartenuto ai Malaspina.
In una cartina seicentesca, conservata all’Archivio di Stato di Firenze, edita da Nicola Gallo, è ben delineato il rapporto tra l’orografia e l’antropizzazione: in alto l’elegante e severa mole della Fortezza della Brunella controlla le valli dell’Aulella e della Magra e si pone come imprendibile baluardo in grado di resistere ai tiri delle artiglierie.
In basso è ben rappresentato l’istmo di terra che accompagna la confluenza, con il perimetro e la torre del primitivo impianto castrense di fondovalle (probabilmente sorto sulle strutture fondate da Adalberto nell’884) , fino al XVI secolo sufficiente a proteggere l’insediamento e la strada da eserciti che ancora non conoscevano l’uso del cannone.Nel borgo, cinto di mura e di case ad esse addossate, si leggono il ponte levatoio della Porta Sarzanese, l’abbazia fortificata con i suoi orti e, oltre le mura, verso Pontremoli, l’area cimiteriale del Groppino.
Tre piccole figure illustrano le principali attività del luogo: il mulattiere che trasporta merci, il pescatore, il cacciatore.In un centro che tra il 1943 ed il 1944 è stato interamente distrutto dalla guerra ancora una volta a motivo della sua centralità geografica, sono proprio la cartografia antica e la documentazione archivistica a consentire la ricostruzione della storia dell’insediamento. 
Così le azioni di recupero dell’abbazia di san Caprasio si sono sviluppate a partire dalle fonti archivistiche:

  1. la copia dell’atto di fondazione conservata nell’archivio Malaspina di Mulazzo
  2. gli inventari conservati nell’archivio parrocchiale
  3. gli atti dell’archivio notarile del Comune
  4. le carte dell’Archivio Vescovile di Massa
  5. le ricerche storiche edite, consultabili presso la civica biblioteca “A. Salucci”
Ricerca archivistica, ricerca storica, scavo archeologico, indagine archeologica sull’elevato consentono ormai di leggere l’impianto abbaziale, con la chiesa, il chiostro, la sala capitolare, ma anche l’individuazione, oltre all’abside e all’intero impianto della chiesa di fine IX secolo, prima metà dell’XI attualmente officiata, alle tracce absidali della chiesa del IX secolo e di quella dell’VIII- prima metà del IX.
La scoperta più importante è stata quella della monumentale tomba di san Caprasio, sigillata tra l’anno mille ed il 1050, contenente un rarissimo reliquiario in stucco e le ossa del santo, datate al V secolo, epoca in cui Caprasio visse e morì sull’isola provenzale di S. Onorato (isole Lerins).
La presenza della reliquia del Santo, già attestata prima del passaggio dell’arcivescovo di Canterbury (990-994), è la testimonianza dell’importanza del sito di Aulla nel contesto della viabilità medievale e, come già aveva intuito Stopani e l’archeologia ha oggi confermato:
Aulla è in assoluto uno dei più antichi punti di sosta della Via Francigena, dove non a caso Adalberto di Toscana fondò un’abbazia con annesso ospedale, intitolata dapprima a Santa Maria, poi a San Caprasio, del quale si conservano le reliquie: un forte elemento di attrazione religiosa per i pellegrini che sempre più numerosi transitavano, diretti a Roma.


Licciana Nardi

Licciana in Val di Magra 

Castello capoluogo di Comune, che diede il nome a un feudo imperiale, con parrocchia prepositura e vicariato ecclesiastico (S. Giacomo) nella Giurisdizione e circa 4 miglia a grecale di Aulla, Diocesi di Massa ducale, già Luni-Sarzana, Ducato di Modena.

Siede sopra il fianco dell’Appennino di Varano, ossia dell’Alpe di Linari, presso la ripa destra del torrente Tavarone, e quasi di fronte al poggio su cui posa il castello di Bastia, lungo una via mulattiera comunale, per la quale dall’Aulla rimontando il Tavarone si sale il giogo dell’Appennino prenominato. Fu Licciana un marchesato dei Malaspina di Mulazzo che costituiva assieme a Panicale un piccolo feudo. […] 
Attualmente [1830] Licciana con il suo territorio fa parte del dominio estense in Lunigiana.

Abbazia di Linari in Val di Magra

Antica badia di Benedettini dedicata a S. Salvatore e S. Bartolomeo, la quale diede il nome all’Alpe di Linari sulla sommità dell’Appennino circa 8 miglia a maestro di Fivizzano, dove esistono le sue rovine, nella parrocchia di Crespiano, Comunità e Giurisdizione di Fivizzano, Diocesi di Pontremoli, già di Luni Sarzana. […]
Risiedono le sue rovine sopra un giogo posto fra l’Alpe di Camporaghena e Monte Orsajo, nell’estremo confine della Toscana con il Ducato di Parma, fra le più alte sorgenti della Secchia e dell’Enza. Di questa badia di Linari trovasi forse la prima ricordanza in un privilegio dell’imperatore Arrigo IV del 1077 a favore dei marchesi Ugo e Folco di Casa d’Este, cui confermò, fra gli altri feudi di Lunigiana, anche il giuspadronato della badia di S Salvatore di Linari.

Varano in Val di Magra 

Castello che fu capoluogo di un feudo de’ marchesi Malaspina, con chiesa parrocchiale e arcipretura (S. Nicolò) nel cui popolo è compresa la rocca di Tavernelle, Comunità. Giurisdizione. e circa miglia 3 a grecale di Licciana, Diocesi di Massa Ducale, già di Luni Sarzana, Ducato di Modena. Risiede in monte sopra la confluenza del Canalone nel Tavarone che scende dalla sommità dell’Alpe di Linari presso il confino del territorio comunitativo di Fivizzano del Granducato, col quale fronteggia verso scirocco di Varano. L’ex feudo di Varano, di cui facevano parte Apella e Tavernelle, con altre villate, fu dei marchesi Malaspina di Olivola. […] 
Un capitano della rocca di Tavarnelle fece sollevare contro quei tirannetti i popoli di Varano, Apella e Tavernelle per darli al Duca di Modena.

Bibliografia E. REPETTI, Dizionario geografico fisico storico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana - Firenze presso l'autore e editore coi tipi di A. Tofani, 1833-1846.



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Licciana Nardi - Il fascio viario della Francigena e la sua deviazione dall'asse principale del fiume Magra a quello del torrente Taverone - a cura di Paola Cervia

Dopo che i Longobardi occuparono la Val di Magra i territori bizantini che facevano capo a Luni vennero compresi nel Ducato di Tuscia. Tra questi la valle del Taverone che, con i suoi passi sul crinale appenninico (gli attuali valichi del Lagastrello e dell’Ospedalaccio) ed il castron di Rubra a fondovalle (la cui localizzazione viene identificata con l’altura di Costamala, vicino a Terrarossa), aveva fatto parte integrante del sistema difensivo del Limes bizantino. 
La Via Francigena non era una strada nel senso moderno del termine quanto piuttosto un tracciato viario che comprendeva diverse varianti. Oltre al percorso della Cisa vi erano anche altre vie che, risalendo le valli formate dagli affluenti di sinistra del Magra, mettevano in comunicazione la Lunigiana con la Val di Taro e con la valle dell'Enza. Tra queste la più importante fu quella che a partire dal XIII secolo si trova attestata nei documenti come strata Lizane.
Questa strada si staccava dalla Via Francigena all’altezza della confluenza del torrente Taverone nel fiume Magra, percorreva un tratto dell’omonima valle per poi dividersi in due direzioni: una continuava a seguire il torrente Taverone e raggiungeva il passo di Linari, l’altra portava a Comano e da lì al passo di Cento Croci. Entrambi i valichi, attualmente denominati del Lagastrello e dell’Ospedalaccio, collegavano la Lunigiana con territori allora compresi sotto la giurisdizione di Parma. Particolarmente la località di Linari (sulla viabilità per il Lagastrello) è menzionata per la prima volta nel diploma dell’imperatore Ottone II riportato dal Codice Pelavicino e datato 981, con cui si concede la corticella di Linariclum al Vescovo di Luni, insieme con la chiesa di San Giorgio posta in Varianum (Varano). Proprio a Linari è documentata l’esistenza di un monastero benedettino attivo già nella prima metà dell’ XI secolo. Il monastero sorgeva in corrispondenza dell’odierno passo del Lagastrello con funzioni di assistenza ai viaggiatori e di manutenzione delle strade. Dapprima compreso nel Comitato di Luni, divenne in seguito parte dei beni della famiglia estense.
L’intensità del traffico attraverso il valico di Linari è testimoniata dall’importanza assunta proprio dal monastero benedettino di San Bartolomeo che amministrava un ospitale per viandanti proprio in corrispondenza del passo. Difatti la funzione di assistenza ai viaggiatori e di manutenzione delle strade che in età romana era garantita dal potere centrale, in epoca medievale era svolta dai vari ospedali e xenodochi gestiti nella quasi totalità dei casi da ordini monastici. In cambio di questa attività gli istituti religiosi ricevevano dalle autorità temporali benefici e rendite. La strata Lizane non rappresentava solo una variante della Via Romea per i pellegrini, ma costituiva anche un importante itinerario commerciale: vi transitava infatti gran parte del commercio del sale diretto a Nord. L’approvvigionamento del sale ha da sempre costituito una stringente necessità per le popolazioni della Lunigiana, ma solo una piccola parte del traffico di sale che si sviluppò sulle sue vie commerciali era destinata al fabbisogno locale, la maggior parte di esso era infatti diretta verso i mercati della pianura Padana.Tra questi itinerari, noti come vie salarie, la più importante era appunto la strata Lizane, che attraversava i territori del feudo di Licciana e della podesteria estense di Varano, oltrepassava il valico del Lagastrello (già di Linari), raggiungeva Rigoso, scendeva nel parmense e di lì in Lombardia. Considerata da alcuni già attiva sotto l’Impero Romano, questa strada assunse grande importanza quando divenne l’itinerario privilegiato da Genova, che aveva in Sarzana un avamposto per introdurre la preziosa merce verso la parte centrale della pianura Padana.Più precisamente il sale veniva portato a Varano e lì scambiato con le molte merci che provenivano dalla Lombardia. Per il trasporto di queste merci fino ad Aulla, nel tratto più a fondo valle, si usava direttamente il corso del Taverone e poi un breve tratto del Magra. L’uso di traghettare le merci indica come anticamente la portata d’acqua di questo torrente fosse maggiore rispetto ad oggi.
Proprio il monopolio del commercio del sale esercitato da Genova in questi territori, insieme con l’intensità del flusso commerciale che percorreva il Taverone, spinsero il governo del Granducato di Toscana ad attuare diversi tentativi di acquistare il feudo di Licciana e la podesteria di Varano, territori già sottoposti al dominio dei marchesi Malaspina che nei secoli conobbero un continuo processo di disgregazione del territorio.
L’intento, come è indicato nella relazione che fece il ministro Landucci al Granduca di Toscana Cosimo III in merito ai benefici derivanti dall’acquisto del feudo di Licciana, era quello di chiudere il traffico di merci lungo quell’itinerario per avvantaggiare la vicina Comunità di Fivizzano, che ricadeva sotto il proprio dominio. Il documento, privo di data, si trova nell’Archivio delle Riformagioni presso l’Archivio di Stato di Firenze; il brano di cui si offre di seguito la lettura è stato pubblicato da Eugenio Branchi nel 1897. 

Perché il Granduca avrebbe tutti i trasporti per la Lombardia in sua disposizione, e porterebbe utilità non ordinaria alla terra di Fivizzano in ordine al commercio, mentre converrebbe a tutta la provincia non sottoposta a S. A. valersi del mercato di Fivizzano per la provvisione di vettovaglie, le quali procedendo dalla Lombardia in quantità e calando a Rigoso, stato di Monsignor Vescovo di Parma, e quindi a Varano, luogo del serenissimo Duca di Modena, si traghettano per detto feudo di Licciana all’Aulla, a dove in cambio ricevono sale genovese asportandolo [esportandolo] i sudditi di Modena nella Lombardia in molta somma; onde, se fosse di dominio di S. A. il feudo di Licciana, resterebbe tutta la contrattazione di detti Sali genovesi, non potendo transitare per detto Stato, e converrebbe ai sudditi di Modena et altri prendere il transito per Fivizzano, e quindi condurre le vettovaglie e merci, mentre non più complirebbe a’ Lombardi il condurli all’Aulla e suo mercato, cessando il comodo di cambiarle in sale; et a S. A. resterebbe l’abilità e il sollievo dei suoi sudditi, poiché in loro mano cadrebbe la negoziazione et tutto il commercio della provincia, e l’Aulla resterebbe nel grado delle strettezze come gli altri feudi di Lunigiana; né per l’incertezza del mare potrebbe l’Aulla far sempre capitale di quel canale della marina per conseguire le necessarie vettovaglie, essendo per lo più di maggior costo di quello s’abbiano dalla Lombardia; oltre di che la strada di terra è sempre certa e continua, e quella di mare all’opposto [...][E. BRANCHI, Storia della Lunigiana feudale, Pistoia 1897]

I vari tentativi effettuati dal Granduca di Toscana Cosimo III di entrare in possesso di questi territori non ebbero però esito positivo, così questi commerci continuarono a svolgersi generando contese tra i feudatari della valle fino al secolo XVIII. 
Di particolare rilevanza fu quella sorta nell’anno 1717 in occasione della riapertura del deposito (dogana) di sale ad Aulla ad opera del marchese di Podenzana. Questi si obbligò a ricevere il sale da Genova attraverso Sarzana, ne rincarò il prezzo e fece divieto ai suoi sudditi di rifornirsi di sale di diversa provenienza. Anche Licciana, forte dell’accomandigia rinnovata con Firenze, riaprì l’antica dogana ed ottenne di farsi arrivare il sale da Massa in modo da non dipendere da Aulla e da attirare quei sudditi della bassa Lunigiana che in precedenza si rifornivano a Linari senza passare per il suo feudo. Per contro i feudatari di Podenzana e di Bastia, vantando antichi diritti di passaggio in territorio liccianese, convinsero il Duca di Modena a consentire il passaggio di merci attraverso Varano evitando di pagare il transito a quel feudo. La controversia si risolse a favore di Licciana, non prima però che avessero luogo scontri tra gli uomini di Bastia e quelli di Licciana. L’intenso flusso commerciale, che era soggetto a cambiamenti di transito a seconda della situazione politica e delle convenienze economiche, diede origine anche a fenomeni di contrabbando. Per ovviare a questo problema le autorità provvedevano a regolamentare il commercio del sale tramite prescrizioni, ordini e contravvenzioni. Era questo lo spirito che animava anche il decreto del Duca di Modena Francesco IV, di cui si conserva un manifesto a stampa nell’Archivio Storico del Comune di Licciana, tra le carte del periodo in cui il suo territorio era parte del Ducato austro-estense di Modena. Il decreto, emanato in data 13 novembre 1816, costituiva una sorta di sanzione per i territori della provincia della Lunigiana Estense in quanto prevedeva l’abbassamento di un quinto il prezzo del sale in tutto il territorio del regno ma non nelle terre degli ex Feudi della Lunigiana per le quali si prescrive che: 

[…] li Sali che provengono dai magazzini dello Stato di Massa per la via di Castelpoggio sono ammessi al transito per gli ex Feudi suddetti, purché nell’entrare nei medesimi tenghino la via retta, che guida a Fosdinovo, o l’altra che porta ad Aulla, e sieno i colli debitamente assicurati, ed accompagnati dalla licenza […] che atteso la località è autorizzato sino a nuova disposizione il Deputato di Finanza in Aulla di rilasciare.[ACL, Licciana, Comune Estense, b. 24]

Corsi d’acqua come il Magra o il Taverone furono sicuramente una risorsa per i territori contigui, ma stagionalmente potevano anche costituire grossi problemi alla viabilità a causa del loro regime torrentizio. In particolare il territorio di Terrarossa, stretto tra il fiume Magra e i torrenti Taverone e Civiglia, rimaneva isolato per parte dell’anno e subiva continuamente danni ad opera dell’erosione e del continuo deposito di ghiaia. Per provvedere alla riparazione degli argini del fiume Magra e per formare la pianta e il campione di tutti i possidenti dei luoghi soggetti a inondazioni era stata creata nel 1807 una “Deputazione all’imposizione e lavori dei fiumi di Terrarossa”, che agiva in base ai poteri conferiti dal Vicario di Bagnone. La Deputazione cessò nel periodo dell’Impero Francese per tornare ad essere attiva sotto il Governo toscano e poi sotto il Ducato austro-estense. 

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Carrara

Carrara - Le cave del marmo

I monti di Carrara con quelli più umili che s’inoltrano per Fosdinovo verso il fiume Magra determinano dal lato occidentale il confine dell’Alpe Apuana. […]

Dal Sagro dal Burrone e dall’Alpe Rossa partono tutti i contrafforti che forniscono i più bei marmi. Essi trovansi coperti alla loro base dal calcareo semigranoso,o da quello cavernoso, nell’ultimo dei quali si trovano profonde grotte e concamerazioni cavernose da stalattiti e stalagmiti scherzosamente incrostate.

I villaggi posti sul dorso, o nei fianchi dei contrafforti soprannominati danno il vocabolo alle cave dei rispettivi distretti ed ai canali o fossi da cui sono solcati, sino a che le acque riunite in un sol alveo presso Carrara acquistano la denominazione di fiume Carrione, e più sotto quello di Avenza. 
Varie strade attraversano il territorio carrarese. L’antica Carrareccia per il trasporto dei marmi passa dentro la città lungo la destra sponda del fiume, e di là prosegue fino alla marina. […]Il viaggiatore che brama visitare le cave più prossime a Carrara deve rimontare il canale di Torano, sino sopra il villaggio omonimo. Alla cosiddetta grotta del Tanone, descritta dallo Spallanzani, confluiscono due rivi, uno che scende dal lato di maestro fra la Tecchia e il Burrone, l’altro che quasi a lui parallelo si stacca fra il Burrone e il picco del Sagro. È costà dove comincia la regione marmorea. Il valloncello percorso dal torrente più orientale è il luogo che giustamente può chiamarsi la sede dei più fini e più pregevoli marmi. Vi si entra per una profonda gola praticata dall’arte, fra il picco di Crestola e il poggio Silvestro. […]
Le prime cave ad affacciarsi sono quelle di Crestola e di Cavetta. Esse forniscono un bellissimo marmo cereo, sonoro e che prestasi ai lavori di figure più delicate. […]Veggonsi all’opposto fianco le cave di Poggio Silvestro, cui appartiene il bardiglio della Grotta de’ Corvi, i belli statuari del Zampone, e quelli che ritengono il nome dello stesso poggio Silvestro. A esso collegasi il poggio di Carpevola, dove si cavano i candidi marmi della Mossa, quelli flessibili di Betogli, e i grandiosi massi della celebre cava del Polvaccio.Nel fondo di questo valloncello, sotto l’alta parete del Sagro, si presentano in forma di anfiteatro 3 o più cave di marmo bianco e grosso, il quale si estrae in massi di enorme mole. Esso è conosciuto in commercio col nome della località (il Ravaccione).
Nel lato occidentale si trovano le cave della Piastra, di Fossa dell’Angelo e di Grotta Colombara.[…] Il luogo secondo per l’importanza e primo per la storia de’ marmi lunensi, merita di essere visitato nel seno percorso dal Canal grande, 3 miglia a grecale di Carrara, dove esistono le cave dei Fantiscritti.

E il monte ancora e la spelonca propria

Là dove stava l’indovino d’Aronte (Fazio degli Uberti, Dittamondo)

Ebbero nome di cave di Fantiscritti da un’edicola di tre piccole figure (Giove in mezzo a Bacco ed Ercole) scolpite in un’altissima parete verticale di marmo ordinario, davanti ad uno spazioso bacino scavato nel seno della stessa montagna sotto il picco orientale del Sagro. È un’area tutta sparsa di grandi moli marmoree, di pilastri di grandissime colonne di architravi rimasti tagliati e abbozzati sulla cava nel decadimento della potenza romana.

È una delle cave descritte da Ciriaco Anconitano che le visitò nel settembre del 1442, quando trovò in Carrara una iscrizione votiva a Settimo Severo. Si dicono Scritti quei Fanti (cioè fantocci) per essere ivi intorno impressi i nomi di chiari artisti e di altri viaggiatori giunti costà. […] Se si lascia a sinistra il valloncello del Canal grande, si trova quello di Colonnata, dove fu scoperta nel 1810 l’iscrizione dei tempi dell’imperatore Tiberio, poco sopra accennata. […]
Un’utilità più estesa e più costante forniscono all’industria manifatturiera le acque correnti del fiume di Carrara e dei suoi canali superiori: le quali mettono in moto circa 30 edifizi per segare i marmi in tavole; più 10 frulloni per dare il lustro alle ambrogette. […]
Altro oggetto di lucro per una numerosa classe di persone ricavasi col trasporto di marmi dalle cave al lido del mare e colla loro imbarcazione.

Bibliografia
E. REPETTI, Dizionario geografico fisico storico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana - Firenze presso l'autore e editore coi tipi di A. Tofani, 1833-1846.

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  1. AFMC, Progetti, Planimetria della zona a mare compresa tra Ameglia e Avenza, sec. XIX
  2. AFMC, Progetti, Planimetria della zona a mare compresa tra Ameglia e Avenza, sec. XIX
  3. E. REPETTI, Dizionario geografico fisico storico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana ? Firenze presso l'autore e editore coi tipi di A. Tofani, 1833-1846
  4. E. REPETTI, Dizionario geografico fisico storico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana ? Firenze presso l'autore e editore coi tipi di A. Tofani, 1833-1846
  5. E. REPETTI, Dizionario geografico fisico storico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana ? Firenze presso l'autore e editore coi tipi di A. Tofani, 1833-1846
  6. E. REPETTI, Dizionario geografico fisico storico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana ? Firenze presso l'autore e editore coi tipi di A. Tofani, 1833-1846


L'archivio della Ferrovia Marmifera Privata di Carrara - Percorso formativo inserire link
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Carrara - Nascita e morte della Ferrovia Marmifera Privata - a cura di Paola Bianchi

A metà del secolo XIX gli imprenditori carraresi sentirono l’esigenza di modernizzare il trasporto verso il porto del marmo estratto dalle cave a monte di Carrara. In seguito all’invenzione della locomotiva a vapore immaginarono di sfruttare la scoperta dell’ing. Stevenson e di costruire una ferrovia che collegasse le cave al mare e che rendesse più veloce ed anche più economico il trasferimento dei blocchi stessi.
Nel 1846 il conte Andrea Del Medico chiese ed ottenne dal duca di Modena Francesco IV la concessione per realizzare una linea ferroviaria che non fu messa in opera a causa delle “irragionevoli pretese dei proprietari dei terreni”. Nel 1852 e nel 1864 si cercò di costruire una linea ferroviaria per il trasporto dei marmi, ma entrambi i tentativi fallirono.Il 19 ottobre 1866 il Comune di Carrara diede in concessione all’uomo d’affari Giuseppe Troyse-Barba, il quale si era presentato in rappresentanza di una Società Anonima, la costruzione di una linea ferroviaria con la clausola che, dopo cinquant’anni, l’ente sarebbe entrato in possesso della ferrovia e di tutti i materiali e fabbricati appartenenti alla Società, di cui Troyse-Barba era il rappresentante. La Società Anonima era disposta a costruire un tracciato ferroviario dalle cave al mare suddiviso in due tronchi: Avenza-Marina e Carrara-cave.Nel 1867 Troyse-Barba morì e i suoi eredi cedettero a Luigi Mordant e ad Adriano Righi i loro diritti sulla concessione, che fu confermata ai nuovi concessionari dal Comune di Carrara il 21 ottobre 1871. Adriano Righi chiese un prestito di cinque milioni di lire alla Banca Nazionale Toscana, che poi diventerà la Banca d’Italia, per finanziare l’attività dei nuovi concessionari. La richiesta del prestito porterà in seguito il Righi ad indebitarsi fortemente con la Banca, la quale pretenderà il deposito presso il proprio Istituto delle azioni della Società Ferrovia Marmifera di Carrara, che nel 1874 si era costituita per venire in aiuto del Righi e sollevarlo dai suoi impegni con il Comune di Carrara.
Il 27 maggio 1874 Mordant e Righi cedettero ai promotori della Società la loro concessione. Nell’assemblea generale degli azionisti del 29 maggio 1874 venne ratificato lo Statuto, venne approvata la concessione ottenuta da Mordant e Righi e fu eletto il Consiglio d’Amministrazione. Il 5 novembre 1874 giunse il decreto del re Vittorio Emanuele II che approvò ed autorizzò la Società della Ferrovia Marmifera. Il decreto fu registrato presso la Corte dei Conti il 16 novembre 1874. 
L’inaugurazione del primo tronco Torano-Piastra avviene il 19 agosto 1876.
Nel 1883 s’iniziarono gli studi per il collegamento alla ferrovia delle cave di Colonnata, Fantiscritti, Canal Grande e Ravaccione. L’ingegnere incaricato di redigere il progetto della seconda parte della linea fu Augusto Leoni. Il contratto di concessione per la costruzione del nuovo tronco fu stipulato tra il Comune e la Società il 20 ottobre 1884. Il contratto d’appalto tra la Società della Ferrovia Marmifera e la Società Veneta, accollataria dei lavori, fu stipulato nel 1886. I lavori di realizzazione del secondo tronco iniziarono nel 1887. Il 15 maggio 1890 fu inaugurata la seconda parte della strada ferrata. Il progetto prevedeva anche l’allacciamento delle segherie di Carrara, Avenza e Marina di Carrara.
Nella Guida di Carrara di Bizzarri e Giampaoli si legge: “La Ferrovia Marmifera ha uno sviluppo di 22 km di binario di corsa e di 10 e più km per i raccordi ai vari opifici. Si snoda da monte a mare, interrotta solamente nel breve tratto (5 km circa) che corre fra Carrara-Avenza e Carrara-San Martino, tratto gestito dalle Ferrovie dello Stato. La Ferrovia Marmifera, dal livello del mare, raggiunge i 445 m a Ravaccione, affrontando pendenze che arrivano alla considerevole cifra del 60 per mille. Il binario è a scartamento normale, cosa rara in linee secondarie, che permette un servizio cumulativo di merci con le Ferrovie statali; con vantaggio di tempo e di economia nei trasporti”.
Con l’inaugurazione del secondo tronco ferroviario inizia un periodo di crescente sviluppo dei trasporti marmiferi e dell’attività della Società Ferrovia Marmifera con conseguente crescita economica dell’azienda.
Nell’assemblea generale del 26 aprile 1894 viene letta la relazione dei sindaci al bilancio in cui sono messi in risalto la continua crescita economica della Ferrovia Marmifera e il continuo aumento delle tonnellate di marmo trasportate. Dai primi anni del Novecento la Ferrovia Marmifera diviene a Carrara il maggior trasportatore di marmo grazie all’acquisto di locomotive più veloci e moderne che rendono il servizio più efficiente e sicuro. La cognizione di questo notevole sviluppo si ha leggendo la relazione dei sindaci, presentata all’assemblea ordinaria dei soci del 27 febbraio 1929, in cui si annuncia che lo stato patrimoniale della Società al 31 dicembre 1928 si chiude con un utile netto di lire 505.220,50.

Ma, già leggendo la relazione del Consiglio di Amministrazione all’assemblea ordinaria del 5 marzo 1930, si ha la certezza che le cose stanno prendendo un’altra piega. Infatti il Consiglio d’Amministrazione scrive: La diminuzione dei trasporti di marmo iniziatisi dal 1927 e proseguita nel 1928 è andata accentuandosi nell’esercizio 1929. A questa deficienza ha supplito, come tonnellaggio, in questo anno [1929] il trasporto notturno dei detriti di marmo per conto della Società Mercanti-Arimondi”. Comunque, anche se inizia a calare la quantità di marmo trasportato, il bilancio del 1929 si chiude con un utile netto di lire 521.702,06.
La crisi inizia a farsi sentire in modo serio nel 1930 e lo si deduce dalla relazione dei sindaci presentata all’assemblea ordinaria dell’1 febbraio 1931, nella quale si legge che “la crisi dell’industria marmifera è andata acutizzandosi nell’esercizio 1930, tanto che il governo nazionale […] con decreto legge 3 luglio 1930 n. 1045 ha emanato provvidenziali disposizioni per la sistemazione finanziaria dell’industria marmifera carrarese.
La situazione si fa sempre più grave: nella relazione del Consiglio d’Amministrazione all’assemblea ordinaria del 31 marzo 1933 si dice che “nell’esercizio 1932 la discesa del traffico della ferrovia ha assunto un aspetto addirittura preoccupante e, purtroppo, continua e si aggrava nei primi mesi del corrente esercizio [1933]”. Si legge ancora: “per avere un’idea di questa ininterrotta contrazione di traffico, basta considerare i trasporti dei marmi greggi dalle cave che costituiscono la categoria più importante del traffico e che sono indice della produzione alle cave; nel 1931 furono trasportate dalle cave ton. 136.590, nel 1932 i trasporti dalle cave segnano appena ton. 98.393. Purtroppo i primi mesi del 1933 sono ancora assai peggiori dei corrispondenti mesi del 1932. Lo stesso divario in peggio notasi nelle altre categorie di trasporti confrontando il 1931 con il 1932; i marmi greggi di ripresa da ton. 35.151 sono discesi a ton. 21.259; i segati e lavorati da ton. 52.717 a 38.720; le arene da ton. 50.193 a 35.216”. Un leggerissimo aumento si ha nel trasporto delle scaglie e nelle merci diverse. La relazione conclude così: di fronte a questa situazione la direzione e l’amministrazione della Società hanno fatto quanto era in loro potere per ridurre le spese e predisporre e richiedere quanti provvedimenti fossero […] utili ed opportuni per tentare, almeno per l’avvenire, di evitare il danno risentito nel presente esercizio.
Nel giugno 1940, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, la Società riscontra il tracollo del trasporto dei marmi e per contenere le perdite cerca di ottenere introiti alternativi e, contemporaneamente, riduce il personale e svolge il servizio di trasporto cinque giorni la settimana. I primi otto mesi del 1943 sembrano ridare speranza per le sorti della Ferrovia Marmifera, ma tutto viene vanificato e reso ancora più difficile dalle conseguenze dell’armistizio dell’8 settembre. Ciò nonostante il servizio viene mantenuto e consiste nel sostituire le Ferrovie dello Stato nel trasporto di sabbia silicea da Viareggio, nel garantire l’attività per le necessità della vita cittadina, nel trasportare carbone per l’Officina del gas, nel compiere gli ordini del Comando tedesco e nel portare detriti di marmo alle cementerie. Dal febbraio 1944 l’attività di trasporto comincia a calare fino a terminare nel luglio 1944. La Società dal primo gennaio 1945 sospende dal servizio tutto il personale, il quale, insieme alle autorità cittadine e agli istituti bancari di Carrara, aiuta la Società a riconvertirsi nel trasporto dei marmi con le trattrici dalle cave fino alla stazione di Monterosso e poi fino alle segherie.
Il Comune di Carrara il 4 agosto 1945 chiede alla Ferrovia Marmifera la restituzione di tutti i beni e dal 19 settembre 1945 assume la gestione dell’azienda. La Società non vuole restituire i beni al Comune e nel 1952 dà vita alla SIC (Società Industriale Carrarese) dove confluiscono il servizio delle trattrici e la gestione dei beni patrimoniali. Nel 1952 un gruppo di azionisti vende le proprie azioni al Comune, che diventa così l’azionista di maggioranza.
Negli anni successivi all’interno della Società si inizia a discutere di ammodernamento e di prolungamento della concessione ottenuta dal Comune. Nel 1956 viene istituita una commissione di studio che conclude che la ferrovia è il mezzo più economico e sicuro, ma che è anche necessario l’ammodernamento della linea e l’integrazione con essa di alcune strade ancora da costruire. La Società, nel suo piano di ammodernamento, prevede la costruzione della strada Vara-Fantiscritti, che permette alla Ferrovia Marmifera di inserirsi nei servizi all’industria garantendo il trasporto delle sabbie, dei materiali da lavoro e dei detriti. Dopo la costruzione della strada Vara-Fantiscritti la Società prevede la realizzazione delle strade d’arroccamento per garantire l’accesso dei trasporti fino alle cave. Il desiderio di modernizzare l’azienda si vede anche nella sostituzione delle locomotive a vapore con locomotive diesel, nell’installazione dei segnali automatici ai passaggi a livello e dei freni idraulici o ad aria compressa nei vagoni, nell’aumento dell’acquisto delle trattrici, nel ridimensionamento del personale e nell’aggiornamento tecnico degli addetti.
Nell’assemblea ordinaria dei soci del primo settembre 1962 il presidente della Società, Sergio Nardi, parla esplicitamente di trasformazione e di graduale sostituzione dei trasporti su rotaia con trasporti su strada.
Il 15 maggio 1964 il trasporto ferroviario cessa completamente. Dal primo giugno 1974 il Comune concede l’aumento delle tariffe per il trasporto dei marmi, ma la crisi dell’azienda rimane grave poiché il provvedimento comunale viene vanificato dall’aumento del costo della manodopera e dei materiali da lavoro. Negli anni successivi la situazione si fa critica e nel 1980 l’amministratore unico della Società, Marco Tonelli, riceve l’incarico di redigere uno studio sullo stato dell’azienda per giungere in seguito allo scioglimento della Società stessa. I trasporti cessano definitivamente il 7 novembre 1981.
La data di “morte” della Società Ferrovia Marmifera di Carrara è il 27 aprile 1999.


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Didascalie immagini

  1. AFMC, Progetti, Ferrovia Privata dalle cave di Carrara alla Marina di Avenza per il trasporto dei marmi. Tronco Carrara-Miseglia, 13 feb. 1870
  2. AFMC, Progetti, Ferrovia Privata dalle cave di Carrara alla Marina di Avenza per il trasporto dei marmi. Tronco Carrara-Miseglia, 13 feb. 1870
  3. AFMC, Progetti, Progetto di prolungamento della Ferrovia Marmifera di Carrara ai principali centri delle cave. Topografia, [21 set. 1882]
  4. AFMC, Progetti, Ferrovia Marmifera Privata di Carrara. Scalo sulla spiaggia di Avenza, 8 ago. 1877
  5. AFMC, Progetti, Binario di raccordamento con le due segherie dei F.lli Fabbricotti, giacenti nei pressi della stazione di Miseglia, sec. XIX
  6. AFMC, Progetti, Ferrovia Privata dalle cave di Carrara alla Marina di Avenza per il trasporto dei marmi. Tronco Miseglia-Ravaccione, 16 feb. 1870
  7. AFMC, Progetti, Ferrovia Privata dalle cave di Carrara alla Marina di Avenza per il trasporto dei marmi. Tronco Miseglia-Ravaccione, 16 feb. 1870
  8. AFMC, Progetti, Ferrovia Privata dalle cave di Carrara alla Marina di Avenza per il trasporto dei marmi. Tronco Miseglia-Ravaccione, 16 feb. 1870
  9. AFMC, Progetti, Ferrovia Privata dalle cave di Carrara alla Marina di Avenza per il trasporto dei marmi. Tronco Miseglia-Ravaccione, 16 feb. 1870
  10. AFMC, Progetti, Tronco II. Linea della stazione di Carrara alle cave di Colonnata. Planimetria. 2° Foglio, 26 apr. 1873
  11. AFMC, Progetti, Tronco II. Linea della stazione di Carrara alle cave di Colonnata. Planimetria. 2° Foglio, 26 apr. 1873
  12. AFMC, Progetti, Tronco II. Linea della stazione di Carrara alle cave di Colonnata. Planimetria. 2° Foglio, 26 apr. 1873

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